Iaido Magazine

Gli strumenti dell’Istruttore: la dimostrazione-spiegazione

Istruttori, insegnare iaido

Premessa

Ho partecipato in qualità di formatore, all’edizione 2017 del corso Istruttori di Iaido. Per me è stata una rilevante opportunità per ritornare su alcuni temi teorici confrontandomi con insegnanti giovani ed esperti. Ringrazio la Federazione per l’occasione, e Leonardo Amoruso, che mi ha invitato. E’ stato un piacere collaborare con lui nella programmazione e nella conduzione della giornata, ove abbiamo cercato di combinare i tre elementi chiave per la crescita delle competenze: teoria, pratica, feed-back.

 

Teoria

Abbiamo in una prima fase riepilogato gli elementi generali sul ruolo dell’istruttore, per poi entrare, mediante i laboratori, nei temi della giornata: la pianificazione e gli strumenti dell’Istruttore. Ricordo che Teoria non è l’opposto di pratica ma è un modo di guardare la realtà, di leggere ciò che vediamo e ciò che ci capita.

 

Il ruolo dell’Istruttore

L’Istruttore è parte di un’Associazione di persone che si riuniscono per intraprendere un progetto. Dopo molti anni di esperienza sappiamo ormai quanto siano impegnative queste “Imprese”, ove dobbiamo mettere in campo molte competenze, spesso per raccogliere poche soddisfazioni.

Nessuno nasce insegnante. Quando diventiamo Istruttori generalmente abbiamo il terzo Dan e siamo investiti di un ruolo nuovo. All’inizio siamo ci comportiamo da inesperti e da “praticoni”, denotando improvvisazione e scarsa consapevolezza. Per diventare “insegnanti consapevoli”, efficaci e credibili dobbiamo fare esperienza ed interpretare quanto avviene nel Dojo.

Costruiamo quindi una nostra “teoria” (dal verbo greco “vedere”), ovvero un modo di leggere la realtà tramite letture, aggiornamenti, confronti con i colleghi, pescando da altre discipline, tramite il feed-back dei nostri “allievi”. Per interpretare il ruolo dell’istruttore di Iaido, agendo in modo logico, sono necessari elementi teorici sui meccanismi con i quali gli umani apprendono un’attività psicomotoria. Viceversa rischiamo di scalare una montagna senza coscienza della legge di gravità.

 

La Teoria dei tre cappelli

Ritorno qui brevemente sulla teoria dei 3 cappelli.

–   L’insegnante di Iaido deve innanzitutto pianificare e condurre sessioni di pratica. Riceve il suo mandato da un’organizzazione che gli attribuisce l’incarico di Responsabile. Tra gli strumenti a disposizione può utilizzare:

  • un calendario delle sessioni di pratica
  • schemi di pratica/allenamento (COSA FARE)
  • la voce, per comunicare cosa devono fare i praticanti
  • il feed-back, per capire cosa percepiscono i praticanti
  • collaboratori che lo supportino in caso di assenza o di lavoro in sottogruppi

–   Secondariamente deve insegnare la tecnica. Supportato dal grado e dall’esperienza, oltre che dalla capacità di esecuzione, diffonde gradualmente tra i praticanti una maggiore consapevolezza di “COME FARE”, utilizzando:

  • il proprio bagaglio tecnico/pratico
  • la dimostrazione/spiegazione
  • la correzione, i suggerimenti, i consigli tecnici
  • altri insegnanti/dimostratori che possano dimostrare/spiegare

–  Infine deve affiancare i praticanti nella crescita. In questo caso la legittimazione deriva dall’allievo, che richiede supporto in quanto ha fiducia nell’Istruttore. Ricordiamo che, anche nel contesto professionistico, questa relazione ha margini di instabilità, come si vede quando i campioni di Tennis cambiano il “Coach”, in quanto non lo ritengono adatto al raggiungimento degli obiettivi. Secondo i teorici del Coaching, gli strumenti chiave per lo scopo sono:

  • le domande (dell’Istruttore all’allievo)
  • il supporto emotivo

Questo schema, ormai noto come schema dei 3 cappelli, ci indica il “cosa” un Istruttore deve fare, mentre sul “come” ogni insegnante deve costruirsi le proprie convinzioni e modalità operative. Affinché si vada nella direzione giusta è però fondamentale che si frequentino le teorie più accreditate sull’insegnamento e si richiedano feed-back ai partecipanti alla pratica, altrimenti si rischia di interpretare la realtà in modo distorto costruendo pregiudizi difensivi che riducono ulteriormente la nostra visione.

 

Come puntare all’eccellenza

Abbiamo visto che, come in tutte le attività umane, lo schema che conduce all’eccellenza sia mutuabile proprio dalla pratica dello IAI, dove la qualità della pratica si costruisce in due momenti: il prima ed il dopo l’azione. Il praticante esperto dimostra la sua esperienza soprattutto nella fase che precede l’estrazione e nella fase di Zanshin, che rappresenta un momento di ricostruzione dell’esperienza, dalla quale si rinasce verso l’esperienza successiva con un maggio grado di consapevolezza. Questo schema vale per tutte le attività umane complesse, come la gestione di una riunione. Un professionista prepara la sua riunione studiando e mettendo a punto un’agenda, e poi analizza al meglio i risultati ottenuti ed i feed-back. Viceversa il praticone arriva all’ultimo momento e non “capitalizza” i risultati, finendo per ripetere, negli anni gli stessi errori, e proponendo sempre la stessa qualità.

In sintesi si tratta di “unire il prima con il dopo” (espressione utilizzata abbondantemente nei testi omerici), acquisendo una mentalità dell’“artigiano” capace, che partendo da un’analisi della situazione, decide consapevolmente quale intervento è necessario. Per la cultura giapponese questo approccio è definito Eijo-shin, che viene tradotto anche con “mente di artigiano”.

Facciamo un esempio basandoci su un intervento di un Istruttore:

Domanda: “Cosa è necessario fare con un praticante la cui frequenza è diventata altalenante, che sta perdendo motivazione?

Soluzione REATTIVA: l’Istruttore può difendersi tramite il pregiudizio, ovvero costruendosi un alibi, ad esempio:

  1. Lo iaido è noioso, dunque è normale che le persone si demotivino, oppure
  2. Nel mondo contemporaneo le persone non sono adatte a discipline come lo iaido

Ogni pregiudizio non è mai completamente sbagliato, ma è sempre ANTI-ECONOMICO, nel senso che non aiuta ad evolvere.

Soluzione EIJOSHIN: indago il perché il praticante abbia una frequenza altalenante, scoprendo che deve fare turni di lavoro impegnativi, oppure ha preoccupazioni personali che assorbono le sue energie, oppure perché si sente frustrato in quanto non riesce ad ottenere miglioramenti significativi, oppure perché si sta annoiando durante le sessioni di pratica.

A questo punto, fatta l’analisi, l’Istruttore può scegliere una soluzione che può essere vantaggiosa per sé e per tutto il gruppo. Ad esempio qualora emerga che le pratiche risultino troppo noiose può ridurre l’orario della lezione, oppure ridurre le spiegazioni, oppure visitare altri Dojo per “copiare” altri sistemi di allenamento da introdurre nel proprio gruppo.

Come dicevamo, per quanto ogni praticante sia un “unicum”, per sapere come intervenire nel processo di apprendimento dobbiamo avere un’idea delle condizioni che favoriscono l’apprendimento e sui fattori che lo ostacolano.

 

Come imparano gli umani

Quando veniamo investiti del ruolo di Istruttore aderiamo necessariamente all’archetipo di insegnante che ereditiamo dalla nostra amata scuola. I nostri insegnanti, a parte pochi casi illuminati, propongono uno schema didattico basato su: spiegazione-interrogazione-correzione degli errori. Tale schema prevede che lo studente ascolti le spiegazioni, più o meno interessanti (lascio al lettore stimare la percentuale di insegnanti capaci di tenere viva l’attenzione per 50 minuti) adottando un comportamento educato e passivo. Come è noto, solo i “secchioni” dei primi banchi riescono ad adattarsi a tale trattamento, che non considera alcuni fondamentali dati biologici (cfr: “Training” di Diana Nardacchione, edizioni Libreria Militare), che riassumiamo così: “L’essere umano è geneticamente predisposto ad imparare giocando, ovvero impegnandosi in attività pratiche, che comprendano una carica emotiva, e finalizzate ad uno scopo.”

Il fatto che l’essere umano si distingua dagli altri mammiferi in quanto è in grado di recepire informazioni veicolate dal linguaggio non significa che la “spiegazione” sia lo strumento ideale per trasmettere conoscenze e ancora meno competenze psicomotorie.

Per questo proponiamo agli Istruttori una formazione che li stimoli a superare, nel tempo e con l’esperienza, lo schema didattico spiegazione-interrogazione-correzione. Ad esempio suggeriamo di  chiamare “pratica” la sessione di allenamento piuttosto che “lezione”, sostituendo gradualmente i termini di origine scolastica.

Al proposito Leonardo Amoruso ha riferito di come lui recentemente si rechi al Dojo per praticare piuttosto che per insegnare, anche per fruire meglio del tempo e delle risorse impiegate.

Altri modelli sembrano più compatibili con il Dojo. Ad esempio la “bottega artigiana” rinascimentale, parte della tradizione occidentale, ove sta più all’apprendista “rubare” l’arte. Sta comunque all’Istruttore scegliersi il modello, in coerenza con i propri valori di riferimento e convinzioni.

 

Gli strumenti dell’Istruttore   

Come elemento di novità nell’edizione di quest’anno abbiamo introdotto un laboratorio, ove a gruppi abbiamo lavorato per “produrre” teoria che sintetizzasse l’esperienza comune. Coerentemente a quanto sopra esposto abbiamo ritenuto che fosse più produttivo il lavoro di gruppo piuttosto che la lezione frontale.

Abbiamo premesso che, sul sentiero della consapevolezza, l’Istruttore, come ogni artigiano, deve migliorare gradualmente l’uso degli strumenti a disposizione. Tutti capiscono quando un “artigiano” dimostra consapevolezza della propria arte, addirittura prima che inizi la propria opera, come risulta in questo passo dell’Odissea (libro XXI).

“…ed egli (Odisseo) brandiva l’arco, da tutte le parti girandolo, e qui e là tastandolo, certo a vedere se avessero i tarli corroso i suoi corni mentre era lontano il padrone. E così avendo visto, qualcuno (dei Proci) diceva al vicino: <Eh sì uno esperto, e scaltrito, deve essere egli di archi. E forse di tali anche lui ne ha in casa, oppure ha in mente di farsene uno…>”

Se lo strumento dell’arciere è l’arco, quello del praticante di Iaido è una spada con un fodero, qual è lo strumento dell’Istruttore?

Solo un Istruttore alle prime armi può pensare che la capacità di esecuzione sia la risorsa sufficiente per sviluppare un gruppo di praticanti.

Ognuno di noi, dopo le prime esperienze di insegnamento, scopre di dover imparare a maneggiare molti “strumenti” per poter:

  • pianificare, gestire, controllare la pratica
  • dimostrare, spiegare, approfondire la tecnica
  • osservare, ascoltare, supportare le persone.

L’utilizzo consapevole del proprio corpo, della propria voce, delle modalità di relazionarsi con il gruppo e con i singoli sono i fondamentali dell’arte dell’insegnamento. Non è solo teoria, non è solo esperienza, ma una misteriosa ed alchemica combinazione di alcuni elementi.

La metafora del “farmaco” ci ha permesso di semplificare il tema “strumento per l’insegnamento”, in quanto, tramite la discussione, abbiamo concordato che un medico dovrebbe conoscere di una terapia:

  1. quando usarla, ovvero in quali momenti, a fronte di quali indicazioni, e quando non usarla.
  2. come usarla, ovvero in quali modi, con quale frequenza
  3. quali risultati sia possibili ottenere (e quali no)
  4. quali costi e problemi siano correlati all’impiego
  5. quali modi ci siano per minimizzarne costi e problemi correlati.

 

Dimostrazione/spiegazione: istruzioni per l’uso

Due gruppi hanno lavorato schematizzando lo strumento “Spiegazione-dimostrazione”, generando quella che potremmo definire una prima teoria in merito, che potrà essere confermata o migliorata in futuro.

Di cosa si tratta?

Si è definito che la dimostrazione-spiegazione è in realtà composta da dimostrazione, che è l’esecuzione di un fondamentale, di un Kata, o di un movimento parziale o propedeutico, e spiegazione, che è una verbalizzazione di istruzioni o approfondimenti.

A cosa serve? Quando ed in quali casi? In quali casi non è indicata?

La spiegazione serve a spiegare il “perché” si esegue un movimento in un tale modo, mentre è meno indicata per spiegare il “come”, dove invece è più adatta la dimostrazione.

La dimostrazione va utilizzata con i principianti, che non hanno mai visto un’esecuzione, oppure quando l’Istruttore verifichi che l’esecuzione del praticante sia insoddisfacente.

Dunque la dimostrazione serve ad offrire un modello da copiare per cui, in alcuni casi, non deve essere necessariamente l’Istruttore ad eseguirla, quando ad esempio ci siano ottimi esempi tra i praticanti presenti (questo punto è stato dibattuto in quanto alcuni sostenevano che l’allievo si aspetta di vedere la dimostrazione da parte dell’Istruttore per cui può risultare disorientato da dimostrazioni offerte da altri).

La dimostrazione-spiegazione non è indicata con persone la cui crescita è bloccata, in quanto la percezione del deficit può demotivare. Meglio tentare altre strade.

Quali modalità?

La dimostrazione può essere eseguita al meglio, per dare un’idea del punto di arrivo, ma la velocità di esecuzione può tenere in conto del livello di chi apprende.

In generale una dimostrazione-spiegazione deve essere mirata e modulata in base al livello del destinatario che può essere principiante, praticante di grado intermedio, esperto.

La dimostrazione va offerta in modo che sia fruibile, e per questo l’Istruttore deve mettersi in una posizione adatta, scegliendo il luogo ove eseguirla e l’orientamento. Ad esempio un’esecuzione frontale obbliga i presenti a “girare” l’immagine per copiare (vedi “Training” di Diana Nardacchione). Dunque si può considerare l’idea di mettersi di fianco oppure di spalle al praticante oppure al grupo. Molto importante che a valle della dimostrazione-spiegazione sia previsto un tempo di pratica con ripetizioni che diano modo al praticante di assorbire quanto visto ed appreso.

Quali problemi/rischi/costi?

Spiegazione e dimostrazione tolgono tempo alla pratica. La spiegazione, qualora si dilunghi, porta ad inevitabili cali di attenzione, con il rischio di incomprensioni (non sempre l’Istruttore maneggia in modo appropriato la comunicazione verbale).

La dimostrazione/spiegazione, quando usata per insegnare ad un gruppo, è difficile da “tarare”, visto che difficilmente tutti i partecipanti hanno la medesima esigenza e livello. Ad esempio per alcuni praticanti la dimostrazione potrebbe risultare difficile da capire, per altri la spiegazione potrebbe risultare scontata e noiosa, in quanto veicola contenuti già sentiti e risentiti.

Quindi la dimostrazione spiegazione è usata in modo efficiente solamente quando è personalizzata, ovvero offerta ad una sola persona, o almeno a persone di medesimo livello (ma questo accade raramente nei nostri Dojo).

Come minimizzare i problemi?

La pianificazione dell’allenamento è la chiave affinché le dimostrazioni-spiegazioni non rendano l’allenamento noioso ed improduttivo.

Le spiegazioni devono essere chiare e brevi, altrimenti si interrompe la pratica i modo disfunzionale. L’Istruttore infatti deve dosare l’intensità della pratica per evitare che il Dojo si trasformi in un aula scolastica, in un bar, in una caserma, luoghi ove si impara, si discute, si addestra, ma che non sono un “Dojo”.

La dimostrazione e la spiegazione sono ideali per supportare la crescita di una singola persona, vanno usate invece con parsimonia nell’insegnamento a gruppi.

 

I laboratori pratici: pratica e feed-back

Nel pomeriggio, come l’anno scorso, due volontari hanno condotto contemporaneamente la pratica di iaido in due gruppi paralleli. E’ stato interessante che uno dei due volontari, Giorgio Zoly, avesse già partecipato l’anno scorso come volontario, tra l’altro ritrovandosi tra gli “allievi” Istruttori che già l’anno precedente erano nel suo gruppo. Abbiamo potuto constatare tutti che la pratica da lui condotta quest’anno sia stata gestita più in particolare con una migliore gestione dei tempi e degli spazi. Questo caso ci fa pensare che questo metodo sia efficace per stimolare il “cambiamento” nei comportamenti. L’elemento chiave è il feed-back (dal praticante all’Istruttore), che aiuta l’Istruttore a ridurre il rilevante delta tra l’auto-percezione e la percezione dei partecipanti, per quanto il lavoro psichico di salvaguardia dell’autostima pronti a rigettare il feed-back, con il rischio di svalutazione dell’impianto formativo.

 

Sul Feed-back (dall’Istruttore al praticante)

Abbiamo già discusso sulle modalità di “restituire” al praticante ciò che osserviamo e percepiamo (vedi dispensa corso base), ma voglio tornare su una dimensione che è tanto ostica quanto decisiva. Ripetute esperienze ed osservazioni di insegnanti italiani e non mi confermano che proprio i più vocati alla tecnica ed alla cura del dettaglio sono coloro che fanno più fatica ad abbandonare la matita rosso-blu, archetipo vintage che ereditiamo dalla nostra amata scuola.

In fase di chiusura, mentre discutevamo del “vissuto” positivo di chi riceve un feed-back positivo un partecipante ha dichiarato:

“Io non voglio feed-back positivi, ma feed-back utili, ovvero correzioni e suggerimenti…”.

Siamo convinti profondamente che il Feed-back “positivo”, ovvero focalizzato su quanto viene fatto bene, sia una sorta di inutile zuccherino, mentre la puntuale sottolineatura degli errori sia l’unica medicina efficace, per quanto amara.

Viceversa, secondo gli esperti, è proprio la restituzione dei punti forti nella performance a essere un efficace strumento di insegnamento, in quanto:

  1. consolida quanto la persona sa fare bene.
  2. migliora la relazione tra chi offre il feed-back e chi lo riceve.
  3. predispone il ricevente a focalizzarsi su possibili aree di miglioramento.
  4. supporta la motivazione a proseguire nel percorso.

Al contrario, probabilmente causa il nostro impianto biologico, siamo scientificamente certi che le prassi più diffuse di insegnamento siano focalizzate in prima istanza sui deficit della prestazione.

A seguito di questo, anche ove ci sia volontà di “incoraggiare”, ne nascono restituzioni tipo:

“Beh, no, sei stato molto bravo, l’unico (?!) problema è che la tua postura è troppo rigida (1), il tuo Furikaburi è errato (2), in quanto la punta scende troppo (3) e, aggiungerei anche che è mancato (seguono altri errori vari) …, ma non ti preoccupare (?!)…, comunque sei stato bravo…”.

Questi feed-back suonano un po’ come presa in giro visto che coniugano apprezzamenti generici, sganciati dalla prestazione (e che quindi suonano come formali), con una scansione millimetrica dei deficit, seguita da una descrizione puntuale.

Il punto critico è nella valutazione che facciamo dell’errore. Se vediamo l’errore come “il problema”, difficilmente riusciremo a trasformarci da “tecnici” ad “insegnanti”. Purtroppo campionati ed esami ci spingono a pensare che il nostro compito consista nell’eradicazione sistematica degli errori. Errore invece è “errare” ovvero il segnale che la persona si sta muovendo. L’Odissea è l’epopea di un uomo errante, che incontra ostacoli, che attraverso situazioni pericolose diventa persona esperta. Quindi l’errore è una ricchezza, è la ragione di esistenza di un Dojo, è “l’oro nel giardino del praticante”. Il ruolo dell’Istruttore del Budo consiste nel creare le condizioni affinché il praticante affronti degli ostacoli, comunicando fiducia e offrendo autonomia.

Per andare nella direzione suggerita dagli esperti dobbiamo quindi educarci, non solo nel DOJO, al difficile compito di apprezzare le azioni, i manufatti, gli sforzi degli altri umani che incontriamo nella nostra vita.  Per questo dobbiamo educare il nostro occhio come il giardiniere educa il ramo del Bonsai, sforzandolo in una direzione NON naturale, con tempo e quotidiana cura.

 

Sintesi

Il corso Istruttori di Iaido di quest’anno è stato denso di stimoli e di interazioni significative, e tutti sembrano aver apprezzato la combinazione di teoria e pratica, acquisendo ulteriore consapevolezza sulle difficoltà dell’insegnamento tramite il tema degli “strumenti”. Chi è consapevole dell’ostacolo è maggiormente portato ad “attrezzarsi”.

Affinché le nostre discipline sopravvivano, è indispensabile un’evoluzione degli Istruttori che si traduca in comportamenti appropriati, funzionali ai compiti che abbiamo evocato:

1)   Progettare e condurre pratiche di IAIDO che coinvolgano i praticanti, stimolando l’impegno.

2)   Valorizzare i praticanti esperti.

3)  Gestire l’allenamento con partecipanti di diverso livello, età, esigenze.

4)   Utilizzare in modo appropriato gli strumenti a nostra disposizione, come la spiegazione-dimostrazione.

Non occorre diventare scienziati o neuropsicologi per crescere nel ruolo di Istruttori, è sufficiente acquisire modalità funzionali di “gestire” la pratica, ad esempio programmi bilanciati e finalizzati, che prevedano la personalizzazione degli esercizi e dei ritmi. Possiamo crescere soprattutto scambiando esperienze. SI PUO’ FARE…

 

 

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