Kendo Magazine

Intervista a Donatella Castelli

Donatella Castelli

Straparlando con Donatella Castelli: ovvero, la pratica continua.

Donatella, sei stata eletta Tesoriere dell’E.K.F., sei uno dei cinque componenti del Consiglio con un ruolo, quello di Tesoriere, particolarmente delicato e importante. Inoltre, abbiamo notato che assieme alla tua figura ci sono stati altri cambiamenti di rilievo: un ringiovanimento delle persone elette, che ha comportato la sostituzione del precedente Presidente Alain Ducarme che noi tutti abbiamo conosciuto ed apprezzato dal secolo scorso e con il quale abbiamo praticato kendo.
Ci puoi illustrare che cosa comporta il tuo ruolo e il significato di questi cambiamenti?

La gestione della successione di Alain Ducarme è un processo iniziato svariati anni addietro ed ha comportato un attenta preparazione e un meticoloso passaggio di consegne. Dieter Hauck, attuale presidente, è entrato nel Board in qualità di Tesoriere ed è successivamente diventato Vice Presidente: è lo stesso percorso che Zsolt Vadadi sta seguendo e che in un certo senso sto intraprendendo anche io. Il ruolo di Tesoriere è un punto di ingresso ideale, perché consente di conoscere in breve tempo come l’EKF funziona. In ogni modo nell’ambito del Board, tutti i membri hanno pari dignità e le decisioni sono collegiali. È infatti fondamentale, prima di candidarsi, essere in grado di lavorare in team e capire bene quali sono gli strumenti a disposizione di una meta-federazione, che ha propositi ed ambito di azione ben diversi da quelli di una singola federazione, grande o piccola che sia.

L’EKF è una federazione che comprende oltre 40 nazioni, alcune delle quali in Africa e Medio Oriente.
Penso che alcune nazioni abbiano una maggiore rappresentatività a seguito della loro storia e del numero dei praticanti. L’Italia come si colloca in questo quadro, e quanta strada hanno abbiamo percorso per avere riconosciuto un nostro ruolo? Dico questo perché ricordo come negli anni ’80 non venivamo considerati durante gli eventi internazionali, anche a causa delle nostre divisioni interne.

L’Italia occupa un ruolo molto importante nell’EKF di oggi, per molti svariati motivi.
In primo luogo, la nostra crescita numerica ci ha collocati al terzo posto fra le nazioni europee del kendo, dopo Francia e Germania. Questo in un certo senso ci è stato già riconosciuto nel momento in cui l’Italia ha avuto modo di esprimere un Vice-Presidente IKF (in passato le nazioni che avevano questo diritto erano Francia, Germania e Gran Bretagna).
In secondo luogo, hanno contato i nostri risultati in termini di crescita del numero degli yudansha (e dei kodansha) e dei risultati nei Campionati Europei e Mondiali. La comunità internazionale si incontra e confronta in seminari, sessioni d’esame e competizioni: gli Italiani (e conseguentemente la CIK) sono sempre presenti come insegnanti, giudici, arbitri e shiaisha. La visibilità dell’Italia è enormemente cresciuta, di pari passo con la qualità del nostro Kendo e la numerosità dei nostri kenshi.
Infine, la nostra eccellenza organizzativa (proprio così!) è riconosciuta da tutti – non solo in termini di ospitalità, quando i kenshi stranieri partecipano ai nostri eventi, ma anche in termini di quanto la CIK ha influenzato la “professionalità” degli eventi europei in generale.
Non dimentichiamo che l’anima informatica dell’EKF è anche italiana (grazie Enrico!) – siamo stai i più innovativi nel proporre soluzioni che ora sono adottate da tutte le federazioni (la soluzione di stampare tutti i diplomi a monte di una sessione di esame e di eliminare i diplomi dei candidati “sfortunati” è diventata la regola ovunque, rendendo l’amministrazione degli esami più agile ed efficiente).
La puntualità e la precisione della CIK viene altamente considerata e continuamente elogiata nel Board EKF – ed è qualcosa di cui dovremmo andare tutti orgogliosi, perchè richiede impegno e lavoro di cui non sempre il singolo iscritto CIK è a conoscenza.
Il fatto che spesso le sessioni di esami di alto livello siano state (e continuino ad essere) organizzate in Italia è un altro riconoscimento concreto della nostra affidabilità e capacità di far funzionare le cose – e questo è sotto gli occhi di tutti i kenshi europei.

Bene, anzi benissimo! Veniamo a qualcosa di personale. Sono veramente pochi i kendoka che possono vantare un’esperienza di pratica come la tua; hai mai pensato a quanti kilometri hai percorso con tutti i mezzi possibili? Credo che raggiungeresti una cifra incredibile. Che cosa ha significato per la pratica del tuo kendo avere vissuto due anni in Giappone, svolgendo un’attività professionale che ti ha permesso di vivere un’esperienza che per numerosi europei non viene valutata al meglio? Ricordo il libro della Nothomb, dove racconta un anno di lavoro in una grande impresa giapponese con esiti disastrosi e ironicamente raccontati in “Stupore e tremori”. Certamente a lei è mancata la passione per il kendo!

Effettivamente di strada ne ho percorsa tanta, con il bogu in spalla! I posti più lontani in cui ho praticato sono stati (escludendo il Giappone) il Brasile, Hong Kong, Taiwan, la Corea – e più vicino a casa molti paesi europei, dall’Irlanda alla Grecia, dalla Norvegia alla Moldavia. Il kendo apre tantissime porte, spero di visitarne tanti ancora e conoscere altri kenshi, che magari ora ho incontrato solo virtualmente su World Kendo Network.
Riguardo alla mia esperienza di lavoro giapponese, ho esaudito il desiderio di una vita e per me è stata una esperienza completamente positiva – non è cosa da poco andare al lavoro ogni giorno felice e curiosa di veder cosa la giornata avrebbe riservato.
Certamente i momenti alla Nothomb non sono mancati – credo di essermi scusata più volte di quanto abbia mai augurato buongiorno, anche per situazioni in cui non avevo nessun motivo per scusarmi. Ma con un po’ di senso dell’umorismo e soprattutto molto senso della realtà, tutto si supera. Il mondo lavorativo giapponese è profondamente diverso dal nostro, ma almeno nel mio caso specifico ho avuto tutta la libertà possibile di praticare kendo, pur nel rispetto rigoroso degli orari di lavoro, ed ho avuto l’opportunità di vivere a Kyoto, un mio sogno di sempre.

 

Donatella Castelli
©Tetsuro Photograpy

 

A un certo punto arriva il momento di fissare l’obiettivo del settimo dan, con la complicazione non da poco, di raggiungerlo in quanto donna, che in Europa e in occidente significava essere la prima.
Che cosa ha significato il raggiungimento di questo obiettivo per te, per il kendo italiano e per il kendo europeo e per tutte le ragazze che praticano kendo?

La pratica continua, settimo dan o no. Certo è stato bello raggiungere questo (momentaneo) traguardo, perchè mi ha dato la prova di aver lavorato bene negli anni precedenti. Non avrei mai immaginato di essere la prima, dopo aver seguito per anni le donne europee che avevano passato l’esame di sesto dan prima di me (parlo di Jolanda Dekker, o Dido Demski, o Christiane David) – non mi sarei mai aspettata che qualcuna non volesse nemmeno provare l’esame (a parte il caso di Jolanda, che purtroppo è stata fermata dalla malattia), come se fosse qualcosa di inarrivabile, per provare il quale ci volesse chissà quale “benedizione”.
Non ci si sente mai pronti per l’esame, il senso di inadeguatezza è parte integrante di quella congerie di emozioni con cui bisogna convivere per poter passare. Adesso devo trovare la mia strada verso l’esame di ottavo – e sono in terra incognita: questo è spaventoso ed eccitante allo stesso tempo.
Passando l’esame di settimo spero soprattutto di avere aperto una porta – non solo bisogna provarlo, ma bisogna impegnarsi a capire quale è la dinamica che ci permette di avere successo. Quello che mi ha sempre ispirato è stato incontrare tante donne giapponesi al settimo dan, con cui riuscivo a misurarmi alla pari. Se loro ci erano riuscite, perchè non avrei dovuto io? Con le giuste indicazioni e la giusta pratica ci sono riuscita.
Per questo spero che dopo di me seguano altre (e in Italia abbiamo ottime candidate…) – quando le europee saranno una massa critica, forse vedremo anche la prima donna ottavo dan in Giappone. In questo credo fermamente.
Il kendo, che certamente non è stato creato dalle donne per le donne, mi ha offerto comunque pari opportunità e spero che altre praticanti la vedano alla stessa maniera e vogliano metterci l’energia che serve per avere successo.

Siamo arrivati al ruolo di Commissario Tecnico della nazionale di kendo con Walter Pomero.
Alcuni mesi fa dichiaravi che la Nazionale “che sarà possa essere all’altezza delle aspettative di tutti: di coloro che non sono in squadra, di coloro che non fanno shiai e anche di coloro che non fanno kendo: l’Azzurro è sempre Azzurro […] Ancora di più ci aspettiamo dall’atteggiamento: una Nazionale che sia una vera squadra, in cui il desiderio di miglioramento (proprio e quello dei propri compagni) animi tutte le pratiche – vorremmo persone educate, rispettose e capaci di ascoltare, volonterose e energiche: dal momento che dobbiamo passare tanto del nostro tempo libero insieme, chi ha voglia di fare kendo con bulli distratti e pigri”. Ci puoi aggiornare sui progressi fatti e su quanto possiamo attendere per il futuro prossimo?

Ho trovato il lavoro fatto con la Nazionale molto stimolante. Già l’approccio del co-coaching con Walter era del tutto inedito, non sapevo davvero cosa aspettarmi – e nemmeno Walter…
Abbiamo lavorato molto bene insieme – e anche i risultati lo hanno provato. Adesso abbiamo davanti la lunga strada verso la Corea e personalmente non vedo l’ora di ricominciare.
Il primo anno è stato un test, ben riuscito, Ora si tratta di spingere con più decisione nella direzione che abbiamo già individuato. Abbiamo il compito di rinnovare la Nazionale, con gradualità, ma senza ripensamenti. La Nazionale Francese che quest’anno si è dimostrata inarrivabile, punta sui praticanti giovani, specialmente quelli che hanno fatto una buona esperienza nella Nazionale Juniores. Noi stiamo andando nella stessa direzione, visto che la CIK ora può contare su un settore giovanile numeroso e seguito con grande attenzione ed entusiasmo.
Gli Juniores hanno fatto molto bene quest’anno ed hanno la strada spianata verso la Nazionale maschile, Tuttavia vorremmo avere grandi numeri per la selezione iniziale – la Nazionale è una responsabilità, ma anche un dono, che permette di sviluppare rapidamente le potenzialità esistenti. Chiunque ritenga di avere anche un po’ della stoffa giusta dovrebbe almeno una volta partecipare alla selezione – può essere una ispirazione a crescere più in fretta e soprattutto ad inserire una marcia in più nella pratica propria e del proprio dojo. Per aspirare alla partecipazione al Mondiale per gli uomini basterà il secondo dan.
Sul fronte femminile abbiamo il cruccio di avere numeri limitati: per questo motivo vorremmo lavorare in coordinamento con Progetto Sviluppo Donne per attirare il maggior numero possibile di praticanti ai primi allenamenti di ottobre, novembre e dicembre. Non sarà richiesto alcun grado minimo.
Da gennaio vorremmo avere due squadre intere da portare avanti fino a ridosso del Mondiale, possibilmente anche passando per la partecipazione ai tornei internazionali che contano davvero in Europa. Sarà una esperienza intensa, ma chi sarà in questa rosa allargata avrà opportunità di sviluppo senza paragoni.
Quest’anno, con il fondamentale contributo dei Capitani, abbiamo dato un bel ritmo alle squadre – vorremmo allargare l’esperienza fatta a chi se la sente… E con il gruppo giusto, il cielo è il limite!
In termini di atteggiamento, contiamo di riuscire a portare la squadra verso quell’ideale che abbiamo in mente – la Nazionale ha un ruolo trainante da giocare, anche fuori dallo shiai-jo, vedremo presto se il messaggio è passato…

 

 

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