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Kendo No Kata

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KENDO NO KATA: Il DNA del kendo

Il kendō no kata è il risultato del lavoro di un gruppo di persone che, a detta dei loro stessi contemporanei, avevano caratteristiche di eccezionalità. Dobbiamo aspettarci quindi di ritrovarci qualcosa di importante, se pensiamo anche al momento storico nel quale il kata è nato.

I kata di kenjutsu erano prevalentemente sistemi di addestramento volti a migliorare le capacità pratiche, mentre, come sottolineato da vari sensei, il kendō no kata contiene messaggi simbolici, è un “codice”.

I sensei che hanno disegnato la sequenza avevano il compito di specificare il significato del kendō, probabilmente differenziandolo da altre discipline che in quel periodo venivano proposte nei dōjō.

Seguendo questa traccia, troviamo nel kendō no kata i tre differenziatori essenziali che spiegano il perché il kata sia uno solo, un po’ come a dire: “Le cose importanti sono tutte qui, non c’è bisogno di altro!”

1) La sequenza di azioni ha la forma domanda-risposta, rappresentando un dialogo tra uchi-tachi e shi-tachi.

I sensei che hanno definito la sequenza avevano presente che il kendō avrebbe perso completamente la funzione di generare abilità “marziali”, ovvero finalizzate al combattimento con le katana. Era il momento di proporre il kendō come metodo di sviluppo personale, come base per la crescita di attitudini utili in tempo di pace. Come sottolineano i sensei di tutto il mondo, il kendō è fondato sulla comunicazione tra esseri umani. Tramite la spada si genera una relazione tra due individui.

In questo senso risulta riduttivo comprendere il kendō nel calderone delle cosiddette “arti marziali”, ovvero nelle discipline che si radicano nelle tradizioni belliche o di combattimento.

Il kendō è la “via della spada”, la cui pratica è il confronto oppositivo ed allo stesso tempo collaborativo tra due persone, ed in questo è profondamente diverso dalle discipline che NON prevedono una relazione dinamica tra due persone.

Il kendō no kata sottolinea gli aspetti elementari ed universali della comunicazione umana: salutarsi, domandare e rispondere, e la crescita della relazione che passa da uccidere l’avversario (ipponme) fino a camminare insieme (kodachi sanbonme). Sull’importanza dell’educazione sociale e sui comportamenti elementari, come il “salutare” si è soffermato anche il professor Sakudo in uno degli ultimi stage nazionali.

Dunque il contenuto principale del kendō no kata è il dialogo, la relazione evolutiva tra uchi-tachi e shitachi, rappresentata nella forma Domanda e Risposta.

2) Uchitachi perde

Il sensei perde, questo è un po’ lo “scandalo” del kendō no kata.

Se mettiamo questo aspetto in relazione con lo sport ne escono interessanti riflessioni.

Da una parte infatti il percorso del kendō sembra contrastare con l’ideologia sportiva, dove il punto di arrivo è il campione, il fenomeno che batte tutti gli avversari.

Da un’altra parte la “pratica” sportiva, spesso poco nota a molti praticanti di arti marziali, è un progressivo prendere confidenza con la sconfitta in un percorso estremamente formativo, che forma alla vita, che forma alla vita, ove non sempre le cose vanno come vorremmo.

Recentemente Rafa Nadal e Roger Federer, tornati a vincere dopo un periodo difficile, hanno sottolineato quanto sia importante, per chi vuole ottenere una performance di lungo periodo, affrontare i periodi di crisi, con tutte le implicazioni psicologiche del caso. Questo aspetto, che consente a chiunque di imparare ad affrontare la sconfitta (e la vittoria, come insegna Julio Velasco), è uno dei contenuti più sani dello sport, ed è indipendente dagli aspetti economici, dal doping e dalla retorica sportiva del “campione”.

Una cultura sportiva evoluta potrebbe aiutare il nostro ambiente a superare la diatriba sterile sui mali derivanti al budō dalla contaminazione agonistica.

3) I movimenti non richiedono abilità straordinarie.

Il kendō no kata è pratica quotidiana, esteticamente ispirata dalla filosofia e dall’arte Zen. Ci si rende conto di questo confrontando i movimenti semplici di uchi-tachi e shi-tachi con le discipline ove i sensei mostrano capacità straordinarie, che quasi rimandano a poteri sovrannaturali, facendo cadere gruppi di allievi con un semplice movimento della mano.

Quindi il kendō no kata indirizza la pratica del kendō in una direzione precisa, quella della pratica onesta, visibile, che non rimanda a poteri esoterici, ma al semplice gesto quotidiano, ripetuto nella ricerca quotidiana.

Come lo Zen, il kendō è solo apparentemente alla portata di tutti, ed in realtà sono pochi a perseverare nella Via, in una ricerca che non promette vantaggi personali, acquisizione di poteri straordinari o tecniche segrete.

Il messaggio del kendō no kata in sintesi

Se combiniamo quindi i tre messaggi insiti nel kendō no kata arriviamo a chiare conclusioni che possono sorprenderci.

Il kendō mira a competenze “umane”, accessibili a tutti, quali la comunicazione interpersonale, la capacità di rispondere per tempo ed adeguatamente ad una domanda, la capacità di salutare con rispetto, la capacità di trovare il valore nella sconfitta. In sintesi il kendō no kata propone un modello di sviluppo dell’essere umano, che travalica la radice giapponese originaria.

Le organizzazioni mondiali che lavorano nelle zone di crisi del mondo hanno promosso gruppi di lavoro formati da antropologi, psicologi ed altri esperti per individuare i parametri di compromissione delle comunità umane sottoposte a lunghi periodi di devastazione per guerre, regimi dispotici, deprivazioni inenarrabili. L’obiettivo era l’individuazione di ciò che rende una società “umana” e gli individui “persone”.

L’Unesco, come indicatori della qualità di una società umana, elenca alcune “social skills” (capacità sociali): capacità di prendere decisioni, soluzione di problemi, pensiero critico e pensiero creativo, comunicazione efficace, capacità di relazioni interpersonali, autoconsapevolezza, gestione delle emozioni e dello stress.

Un altro ente (Cooperative Learning Network), ha pubblicato un lungo elenco di “social skills” che caratterizzano il comportamento “umano”. Tra queste citiamo:

Parafrasare, aiutare gli altri, accettare le differenze, ascolto attivo, rispettare i turni, apprezzare, chiedere aiuto, usare una voce calma, usare i nomi, pazienza nell’attendere, incoraggiare gli altri, comunicare chiaramente.

Il kendō no kata unisce la tradizione “giapponese” alla capacità di coltivare relazioni collaborative tramite un codice universale sulle “competenze sociali”. Dunque il kendō no kata ha rappresentato la volontà di abbandonare la logica “marziale”, ove l’obiettivo è la dimostrazione di superiorità sull’altro essere umano tramite lo scontro finalizzato all’annientamento.

Il kendō no kata, differenziando chiaramente il kendō da altre discipline ove il confronto diretto tra persone non è previsto, oppure ove il maestro dimostra capacità extra-ordinarie, definisce il kendō come percorso di sviluppo delle competenze sociali.

Chi lavora per sviluppare le organizzazioni umane percepisce quanto sia importante, anche in senso economico, ottenere piccoli miglioramenti in comportamenti semplici quali: salutare e presentarsi in modo chiaro, esporre il proprio punto di vista in modo civile e utile al gruppo, rispondere alle domande ed alle obiezioni valorizzando il punto di vista dell’interlocutore. Miglioramenti tanto importanti quanto difficili da ottenere, su se stessi ancora prima che sugli altri. Questo è il kendō, piccoli miglioramenti che fanno, nel tempo, grandi differenze.

Anno dopo anno cresce la nostra ammirazione per il kendō no kata, opera d’arte in movimento che radica il kendō moderno nello “Zen”, l’approccio filosofico-religioso fondato sulla “pratica quotidiana” e finalizzato allo sviluppo delle competenze sociali dell’essere umano.

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