Kendo Kendo Magazine

In memoria del M° Kim Taek Joon

Maestro Kim
dott. Kim Taek Joon, Hanshi 8° dan di Kendo

La sua lezione: semplicità, umiltà e attenzione alle piccole cose

Martedì 1° agosto, in una  casa di riposo di Pisogne,  è venuto a mancare il dott. Kim Taek Joon. Era malato da tempo, aveva 75 anni.

E’ stato un marito e padre di famiglia, un fervente cristiano cattolico, un laureato in teologia, un industriale del tondino della val Camonica, un riferimento per la comunità coreana a Milano, una presenza importante per il kendo italiano, era  Hanshi 8° dan di Kendo.

Da ragazzo aveva cominciato la pratica a Seoul, quando fare kendo non era ben visto dalle autorità locali: la guerra era finita da troppo poco tempo. Le atrocità subite dall’invasore nipponico erano ancora nel corpo vivo di troppe persone e il kendo era vissuto come veicolo dell’imperialismo giapponese.

Mi raccontò che inizialmente gli sembrava troppo marziale/militaresco il kendo, ma alla prima lezione a cui assistette, fu convinto dal sorriso soddisfatto del primo della fila degli  allievi del dojo, dopo che, a fine lezione, si sfilò il men. Quei denti bianchi mostrati con animo allegro in un bel volto di giovane dagli occhi ridenti e convincenti dovevano aver dimostrato tutta la ricchezza dello sforzo e del ripagamento intimo di aver sudato insieme agli altri compagni. E forse della soddisfazione di aver imparato qualcosa su di sé.

Divenne presto uno dei migliori allievi del M° Kim Young Dal, mitica figura del kendo koreano, uno dei tre maestri koreani insignito del 9° dan di kendo.

Poi la decisione di approfondire la sua fede cattolica, lui unico nella sua famiglia a fare quella scelta. Si trasferì in Italia Nel 1972 per conseguire il dottorato in filosofia all’Università Gregoriana. Precedentemente aveva conseguito la laurea in Filosofia all’università Gesuita Sogang University e un Master in Filosofia Buddista alla Donguk University.

Quando ebbi la fortuna di conoscerlo, nei primissimi anni ’80, viveva allora, con la famiglia, a Milano. Aveva ripreso da poco il kendo, saltuariamente praticato da quando si era trasferito in Italia. Aveva incontrato qualcuno dei rari kendoka milanesi, ma non sembrava intenzionato a proseguire la pratica. Era andato nella palestra di Cesare Barioli a praticare Aikido, ma saputo che era un 6° dan di kendo, quattro o cinque aikidoka gli chiesero di tenere un corso dell’arte marziale che già ben conosceva. Un po’ riluttante lui accettò, senza troppa convinzione. Io venni a sapere di questa opportunità (all’epoca, in Italia, un 6° dan era un grado da cherubini dell’Empireo) ed andai a conoscerlo.

La prima lezione, in quel vecchio cinema abbandonato che era la palestra di Barioli, mi piacque e, visto che era solo di qualche anno più vecchio di me, dandogli del tu, gli chiesi se potevo tornare. Fu la prima e l’ultima volta che gli diedi del tu. Mi accorsi presto dello spessore della persona, non solo del suo alto livello di kendo.

Da allora, 1981, praticai sotto la sua guida, e qualche anno più tardi fondammo il dojo con il nome da lui proposto: Mu Mun Kwan. Casa aperta al Mu, più o meno la traduzione. Trovammo una sede consona per il dojo a Milano in via Sammartini, sotto le rotaie della stazione ferroviaria.

Nonostante fosse persona colta, aggiornata e conoscitore del mondo, come straniero, a volte, poteva peccare di ingenuità nella considerazione di certe nostre istituzioni. Fu così per il suo credere che il CONI potesse dare garanzie per lo sviluppo della pratica del kendo. Si accorse presto che a capo della federazione di kendo del CONI c’erano persone non degne di stima e fiducia, ma considerava l’istituto CONI al di sopra di qualsiasi pantano dall’aria mefitica. Dato il suo alto grado fu coinvolto da subito nella gestione tecnica della nazionale di kendo. Lasciò quasi subito quell’incarico. Troppa la distanza umana, morale e spirituale tra lui e quell’ambiente. Continuò però a direzionarci verso quella federazione, noi del Mu Mun Kwan, speranzoso, se non convinto, che alla fine un’istituzione della Stato avrebbe risolto le –anomalie- fraudolente al suo interno.

Quando la situazione divenne insostenibile all’interno del CONI, e insieme a poche palestre progettammo di andarcene da quell’ambiente malsano per procedere autonomamente, il M° Kim non fu subito entusiasta di lasciare la vecchia via per la nuova. Ma non ostacolò l’impresa di fondare una nuova federazione privata. Comprendeva bene le ragioni etico-morali.

Quando fu la volta di volare a Seoul, per intervenire nell’assemblea dell’EKF, all’interno dei Campionati Mondiali di Kendo, per perorare la causa della neonata CIK, spese il suo carisma presso la federazione Koreana, per farci accogliere dignitosamente. Noi della CIK eravamo Davide contro Golia/CONI e le federazioni di kendo di mezzo mondo consideravano Golia forte e saldo e Davide uno scocciatore senza futuro. C’era in ballo l’attribuzione del riconoscimento internazionale per l’Italia del kendo e tutto sembrava scivolare linearmente a favore di Golia. La storia, per una volta, ha dimostrato che la potenza, l’arroganza e la presunzione non sempre vincono, e noi portammo a casa l’importante riconoscimento, con nostro grande orgoglio e soddisfazione.

Da allora il M° Kim si tenne a rispettosa distanza dalle cose federali, pronto però ad aiutare in caso di richiesta. Fu così che, lentamente, sempre con quell’umiltà che l’ha contraddistinto, si inserì dolcemente nelle maglie della nostra federazione, oramai consolidata. Non assunse mai cariche federali, diede la propria disponibilità solo ad oneri puntuali, come partecipare a sessioni di esami in qualità di commissario o, fino ad qualche anno fa, in qualità di Capo Arbitri ai Campionati italiani di kendo.

In molti forse ricorderanno le sue parche parole ad inizio Campionati: sempre semplici, misurate, ma incisive. Nei confronti di noi arbitri della manifestazione aveva sempre un atteggiamento di incoraggiamento e di sprono alla massima attenzione. Pur prendendo molto seriamente il suo ruolo nella manifestazione, il suo atteggiamento è sempre stato improntato alla gentilezza, alla dolcezza, all’umiltà, ma contemporaneamente alla fermezza e correttezza estrema.

Se inizialmente qualcuno poteva giudicare quell’atteggiamento poco marziale (spesso molto distante da quello mostrato da altri grandi maestri, giapponesi e non), col tempo chiunque ha potuto constatare come ciò non fosse assolutamente veritiero. Ci ha mostrato, con il suo modo di essere, che la marzialità non è solo durezza esteriore, militarismo esasperato, machismo (nel peggiore dei casi), ma si può coniugare con la dolcezza e con la semplicità d’animo. Soprattutto la sua lezione di umiltà, credo, ha toccato molti di noi.

Noi, allievi del Mu Mun Kwan, abbiamo perso il nostro maestro ma siamo orgogliosi e riconoscenti di essergli stati accanto in questi anni. Il suo insegnamento travalica l’ambito puramente tecnico della pratica del kendo. La sua lezione è intrisa soprattutto di semplicità, umiltà e attenzione. Attenzione alle cose piccole e apparentemente insignificanti, come alla cura per le cose alte, dello spirito.

Il ricordo del M° Kim Taek Joon rimarrà nei nostri cuori con calore e affetto, come quello di una persona cara e importante. Non capita spesso di incontrare nella nostra pratica qualcuno che oltre ad insegnare la tecnica, a spronare verso un atteggiamento costruttivo e determinato ti trasmette qualcosa di profondamente umano, qualcosa che sembrerebbe essere agli antipodi di un’arte marziale.

Lui diceva: aprite bene gli occhi e amate il vostro avversario, così entrerete profondamente in contatto con lui.

Si dice che finchè la memoria del caro estinto è presente in qualcuno dei vivi egli vive ancora. Io ci credo: il Maestro Kim è ancora vivo tra noi.

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