Iaido

Quel Campionato che è stato di tutti

© Stefania Cannella

Mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sui ventiquattresimi Campionati Europei di iaido, che hanno avuto luogo a Torino nei giorni 3, 4 e 5 novembre 2017 presso il Palaruffini. È un compito impegnativo, ma spero con queste parole di riuscire a trasmettervi almeno in parte le emozioni che ho provato. Questo Campionato è stato per me un po’ diverso dai precedenti che ho avuto l’occasione di disputare: ho potuto seguirne da vicino l’organizzazione, meravigliandomi dell’enormità dell’impresa e delle mille sfaccettature che presenta la preparazione di un evento del genere. Non sono l’unica per la quale c’è stato qualcosa di originale… Anche Claudio Zanoni, sesto dan renshi e commissario tecnico della Nazionale, ne ha colto la peculiarità legata alla cura nell’organizzazione: l’ha definito un Campionato “mediatico”; sono state infatti numerosissime le testate che nei giorni precedenti e seguenti l’evento hanno ospitato articoli informativi. Un successo dietro il quale c’è stato un intenso lavoro di pubbliche relazioni, incarnato primariamente nell’attivissima Sayaka Nishimura, che ha voluto fare della divulgazione della sua arte marziale la sua missione per questa occasione, e in Mario Lamparelli. Claudio commenta il tutto così:

Se me lo avessero detto prima dell’inizio, probabilmente mi sarei messo a ridere, ed invece è successo veramente. La Stampa, Tuttosport, Torino Cronaca, Torinosport, interviste, servizi… Tutto per un campionato di iaido! Incredibile, come incredibili erano le facce dei giornalisti che cercavano di capire perché con una spada tagliamo l’aria. La domanda più comune? “Dove guardate?”, quasi incomprensibile il fatto di combattere con un avversario invisibile, di combattere contro il proprio io, ma tutto sommato, a parte qualche titolo altisonante (ma si sa! I giornali devono attirare l’attenzione), una serie di begli articoli che forse possono portare qualche persona ad interessarsi e magari a praticare; ecco,  quello sarebbe un altro bel risultato.

 

© Stefania Cannella
© Stefania Cannella

Quando tutto inizia

Quattro novembre: sono le nove e trenta del mattino. Il palazzetto è stato preparato per la giornata: davanti a me vedo venticinque bandiere appese con ordine, i tavoli per gli arbitri e per la delegazione giapponese coperti da tovaglie blu, quattro shiaijo già pronti, con le aree rossa e bianca ben delineate sul parquet liscio e pulito. I miei compagni sono pronti e concentrati, indossano tutti le felpe nuove sopra il kimono, azzurre e bianche con il tricolore sul braccio. Il palazzetto è un trionfo di colori: il bianco della Finlandia, il rosso del Belgio, il blu scuro dell’Olanda, il nero della Germania… Nonostante siano presenti almeno trecento persone fra atleti, arbitri e volontari, c’è silenzio, una quiete interrotta solo dalle note soavi del violino di Roberto Milana, elegantissimo nel suo frac, sul palco rialzato. Risuonano frammenti degli inni di tutte e ventiquattro le nazioni partecipanti: ordinatamente, in fila indiana, gli atleti procedono fino a posizionarsi davanti alla bandiera che rappresenta il loro Paese, reggendo un cartello bianco che ne annuncia il nome per iscritto in lingua inglese. L’Italia, anfitrione, è l’ultima. Ci poniamo sempre in ordine d’altezza, di solito, in modo che tutti possano vedere cosa accade. Quest’anno è Ilaria Mencaroni a sorreggere il nostro cartello.

© Enrico Gandolfo

Terminati gli schieramenti di rito, la musica tace e l’evento viene presentato con il solito discorso introduttivo del presidente EKF, per il quale il valore aggregante che il Campionato ha fra le diverse Nazionali, quando il resto del mondo non è in pace, è sempre motivo di ispirazione. Si decide di osservare un momento di silenzio, in memoria del compianto sensei Raick, e tutto tace, riempiendosi di ulteriore significato. In seguito, viene ufficialmente annunciato al microfono l’inizio del campionato. Gli arbitri sono pronti, formali nei loro montsuki, la delegazione della CIK e quella dell’EKF indossano completi eleganti all’occidentale. I sensei Mitani, Nakamura e Kusama sono impassibili, la schiena ben dritta, nulla traspare dei loro pensieri, i loro occhi ci osservano dall’alto di un’esperienza sconfinata della quale ci hanno regalato perle il giorno prima. Torniamo a “casa Italia”, come la chiama il coach Claudio Zanoni: il nostro posto sugli spalti, dove aspettiamo di competere, dove torniamo vittoriosi o sconfitti, dove ci rifocilliamo e carichiamo. Io resto lì a lungo. Questo è il mio quinto Campionato europeo, stavolta il mio turno per affrontare la pool è uno degli ultimi. So che non scenderò sullo shiaijo che verso l’ora di pranzo. Ho la possibilità di osservare i miei compagni di squadra, uno dopo l’altro, mettersi alla prova. Uno dei primi è Carlo Cardani, con il quale in Italia ho disputato tante gare (per il mio grado, si intende). Riesce a uscire come secondo di pool, che è ciò che succede quando si vince un incontro e se ne perde un altro, se la pool è da tre avversari. Lo osservo e provo ammirazione. Il giorno prima, in occasione del seminario arbitrale, abbiamo fatto delle prove di gara e io le ho perse tutte. Ero veramente, veramente scoraggiata. Davanti ai miei occhi il mio amico Carlo riceve una batosta e continua a fare del suo meglio, vincendo meritatamente e guadagnandosi il diritto di proseguire nei K.O. match. Penso che devo prendere esempio, che non devo buttarmi giù in caso succeda anche a me. Contemplo la sua forza e cerco di accoglierne i bagliori. Mentre resto seduta in panchina, il tempo passa: Alessio Ciufoli, Alessandro Theunissen, Mattia Ravera e Pierluca Regaldi superano tutti le pool. L’avventura di Margherita Carratù, purtroppo, termina presto. Succede anche questo, succede anche nelle grandi occasioni. A me è capitato al mio primo Campionato, a Mèze. Quando ero un kyu tutti mi rimproveravano d’essere sempre troppo veloce: ho perso il mio primo Campionato a causa del gogi. Ironico, no? Però nello iaido accade anche questo, e secondo me è uno degli aspetti più complessi da affrontare… Siamo il peggior nemico di noi stessi e il nostro miglior alleato, ma riuscire a indossare solo una delle due maschere e sempre quella giusta al momento giusto, è davvero difficile. Margherita non manca di impressionarmi: non inventa scuse e affronta il fallimento. Ancora una volta, mi rendo conto di quanto lo iaido possa migliorarci come persone, e la ammiro.

© Stefania Cannella

Giunge il turno di Filippo Gardin e quindi quello di Ilaria Mencaroni, che la sera prima era tanto preoccupata dalla portata dell’evento ufficiale cui stava per prendere parte per la prima volta. La vedo eseguire il primo kata della giornata, il secondo, il terzo. Capisco subito che è entrata nel giusto spirito. La sua concentrazione è palpabile e anche la sua determinazione a misurarsi con tutti gli avversari che potrà incontrare, al meglio delle sue possibilità. Mi strappa più di un sorriso e mi ricorda che tutti hanno qualcosa da insegnarci, gradi alti o meno. Ilaria ha vissuto appieno questo suo debutto europeo, cui ripensa così:

Ho avuto l’incredibile onore di essere una dei rappresentanti Italiani, proprio nell’anno in cui siamo stati Nazione ospitante. Ritrovarmi circondata dai volti amici dei volontari, organizzatori, competitori, e di tutte le persone che hanno lavorato duramente, per mesi, per realizzare un evento così importante e così ben riuscito, mi ha fatto sentire orgogliosamente parte di un’unica grande squadra. Nei loro occhi potevo leggere le mie stesse emozioni, lo stesso impegno, fatica e partecipazione: un calore e un senso di unità che mi hanno supportata nei momenti delle sfide e spinto a dare il meglio per onorare la fiducia riposta. Sono grata a tutti quanti per aver reso questa esperienza straordinaria! Sono state giornate meravigliosamente dense di avvenimenti e occasioni uniche, come il poter vedere da vicino tanti tra i migliori rappresentanti dello Iaido Europeo, riuniti per esprimersi al massimo delle proprie capacità. Una visione emozionante ma, a tratti, anche frustrante, per l’impossibilità di seguire tutti, dato che si esibivano contemporaneamente! Il momento degli esami, uno spettacolo bellissimo visto dall’alto degli spalti: nel completo silenzio, una sfilata continua, composta, elegante e dalla suggestione quasi sacrale. La commovente cerimonia d’apertura: con il suono del violino, gli arbitri schierati, in mano l’insegna dell’Italia e tutti i compagni vicini, un’emozione davvero fortissima! Questi e tanti altri i ricordi indelebili che mi porto a casa, tra i più cari: la felicità negli occhi di tutti per i traguardi raggiunti, sia nelle gare che negli esami,  e l’orgoglio per aver dato il mio contributo a questa felicità.

Ma anche per chi non è nuovo all’esperienza europea il Campionato è stato speciale. Pierluca Regaldi, al suo primo bronzo individuale proprio quest’anno, scrive:

I Campionati Europei di quest’anno mi hanno regalato molteplici momenti meravigliosi. Di uno in particolare so che porterò il ricordo con me: la fase eliminatoria del torneo individuale. La mente che si prepara allo shiai.  Andrea, amico e avversario di mille battaglie, che con due semplici parole mi dava una grandiosa spinta per trovare il giusto stato mentale. L’hajime dell’arbitro e poi  quei 5-6 minuti in cui cerchi di render vivi i tuoi kata, trasformandoli da sequenza di tecniche in vero e proprio combattimento. Credo di non aver mai vissuto una gara tanto intensamente.

© Lorenzo Depetris

Si scende in campo… Dove si rimane.

L’orologio non mi permette, purtroppo, di assistere a tutti gli scontri prima del mio, e per coincidenza di orari non ho l’occasione di guardare gli incontri dei godan e dei rokudan. Sfilo dalle orecchie le cuffie del lettore musicale con il quale cerco di tenere alto il morale, tolgo la felpa della nazionale, bevo un bel sorso d’acqua, prendo la spada, cerco un posticino in corridoio e inizio a riscaldarmi. I kata che mi sono stati assegnati per le pools sono mae, ushiro e sanpogiri. Nei K.O. match diventeranno mae, ushiro, ukenagashi, soetetsuki e shihogiri. Mi impongo di non entrare in paranoia: come dicono sempre Davide De Vecchi e Claudio Zanoni, a ragione, il giorno della gara non si cambia niente. Ci presentiamo con i nostri limiti, al meglio delle nostre possibilità. Ripenso a tutti gli ultimi allenamenti, agli stages che ho frequentato. A Danielle Borra sensei che mi invita a mettere forza nella parte bassa del corpo lasciando sciolta quella alta, a René Van Amersfoort sensei che ripete nella mia testa l’importanza di concentrare energia nel mune. È proprio strano come prima di un incontro riusciamo a pensare a mille cose e poi, improvvisamente, a niente. Dopo l’hajime esiste solo l’azione fine a sé stessa. Credo sia il momento che in assoluto mi piace di più.

© Alessio Rastrelli

Se si ha la fortuna di riuscire ad avanzare dalle pool alla finale, un Campionato può durare davvero molto. Questo, in effetti, ha superato le nove ore. Non è la resistenza del corpo il vero nemico, bensì quella della mente. Anche se ci sono lunghe pause fra le pool e i K.O. match, e i muscoli si raffreddano, non ci vuole molto a riscaldarli… Ma la concentrazione, una volta persa, è ardua da riguadagnare. Ammiro molto, per questo, Claudio Zanoni (ci sono mille ragioni poi per ammirarlo dal punto di vista tecnico, e credo non ci siano dubbi su questo punto). Claudio è il praticante più esperto d’Italia in materia di Campionati Europei e in particolare di Campionati vissuti fino alla finale, il momento clou. In gara, anche nei momenti esterni alla partecipazione sullo shiaijo, mi dà l’impressione che una parte della sua mente sia fissa lì, come se in fondo non smettesse mai di eseguire un unico, lunghissimo kata, e intanto riesce ad essere comunque presente come senpai e come coach. Non so come faccia, è davvero difficile, credetemi. Gli stimoli per distrarsi sono numerosissimi: gli amici, italiani e non, tutti intorno, con le loro preoccupazioni; il pranzo, che chissà come sarà e se riusciremo a consumarlo senza patire il primo shiai che eseguiremo dopo; il prossimo avversario, chissà chi sarà e se saremo in grado di batterlo; la saya che ha schivato l’hakama per un pelo mentre eseguivamo ganmenate, quel furikaburi in cui abbiamo sentito la tsuka che ha rischiato di incastrarsi nella manica del gi… Credetemi, la sfida è tutta nella testa, è un gioco di esclusioni e inclusioni di pensieri, di distribuzione delle energie da eseguire con un’economia tale da riuscire a sopravvivere per tutta la giornata al meglio delle proprie possibilità.

© Stefania Cannella

Per questo io credo che chi sta attorno a un atleta abbia un compito consapevole (come i team manager) o magari inconsapevole, decisamente gravoso. Anna Rosolini e Andrea Setti sono entrambi atleti e agonisti, oltre che team manager. Andrea ha anche una notevole esperienza sul palcoscenico europeo, e quest’anno era alla sua prima esperienza lato gestionale, che racconta così:

Dopo nove anni di presenza in nazionale come competitore, il decimo è stato il primo come Team Manager della squadra. L’esperienza è stata veramente stimolante sotto diversi punti di vista e mi ha aiutato a comprendere ancora di più quanto io sia profondamente legato a questa disciplina. In principio ho provato un po’ di invidia per i miei compagni che gareggiavano, non so cosa avrei dato per poter essere al posto di qualunque di loro e poter incrociare ancora una volta la spada con i “samurai” europei. Poi ho accompagnato dentro l’area di gara il mio avversario storico e amico, Pierluca Regaldi, compagno di mille avventure e eterno rivale torinese. In quel momento ho capito quanto sono stato fortunato a poter ricoprire il ruolo di Team Manager, che mi ha consentito di poter essere lì solo per lui in quel preciso momento, per supportarlo anche solo standogli di fianco in silenzio. Fare parte del gruppo della nazionale, indipendentemente da ruolo che si ricopre, aiuta realmente a comprendere quanto lo iaido sia utile a migliorarsi come esseri umani.

Non so come abbiano fatto Anna e Andrea, ma sono sempre stati efficienti, a disposizione, d’incoraggiamento e di supporto, senza far trasparire la loro tensione o le loro fatiche in ben tre giorni di serrata attività. Tre giorni che Anna ricorda così:

Quest’anno per la quarta volta ho seguito la Nazionale italiana di iaido come team manager, affiancata, per questa volta, dall’impagabile Andrea Setti. La quarta volta, ma la prima in Italia, affiancata nel mio lavoro dai tanti volontari che hanno contribuito a rendere questa occasione indimenticabile. La quarta volta, ma la prima in cui si sono visti in modo evidente i frutti del lavoro paziente che i coach stanno portando avanti da diversi anni; è stato emozionante condividere la soddisfazione di tante persone che sono miei compagni e compagne in questo percorso da anni e, in modo più pacato, la delusione di chi è stato fermato presto nella competizione. Un grande contributo è venuto da tutti i volontari, che hanno reso l’organizzazione fluida, razionale e impeccabile, e che con il loro supporto e la loro amicizia sono stati vicini ai nostri atleti.

Sono grata ad entrambi i nostri team manager dal profondo del cuore. Quanto ai volontari che hanno curato l’organizzazione e lo svolgimento, operosi come non mai, partecipi anche sul piano emotivo, attenti e cortesi… I ringraziamenti davvero non basteranno mai.

© Stefania Cannella

Cercando una definizione…

Un Campionato Europeo è… A mio avviso, lo si può pensare come un cigno: c’è l’aspetto più elegante e visibile, quello del rituale e della competizione, ma ce n’è un altro, il più vero, quello che accade sotto il pelo dell’acqua e che consente a tutto il resto d’essere. Il Campionato non è che un breve momento intermedio situato all’interno di un percorso ampio e lungo una vita. Ci si arriva con impegno, incontrando tante persone, ricevendo da esse consigli, critiche, incoraggiamenti e rimproveri, e si pensa di non riuscire più spesso di quanto si sia convinti di farcela (almeno, io lo faccio, ed è qualcosa su cui mi piacerebbe migliorare). Claudio e Davide dicono spesso che la Nazionale non sono i quattordici selezionati che poi effettivamente affrontano la competizione, sono un gruppo di una cinquantina di persone almeno, che lottano una a fianco dell’altra per migliorarsi e superare i propri limiti tecnici e – aggiungo io – psicologici. È una Nazionale che vuole dare il meglio, viva e mutevole: la squadra italiana ha avuto, negli ultimi anni, un ricambio medio del 30% nella sua composizione, che è tantissimo rispetto a quanto accade al resto degli schieramenti europei. Negli ultimi cinque anni, l’ho visto coi miei occhi. Lo stimolo dei compagni di percorso che inseguono con te o contro di te il medesimo obiettivo, è qualcosa di impagabile.

© Stefania Cannella

Così come la Nazionale non è costituita solo dai selezionati, questo Campionato non è stato disputato solo dagli atleti. C’è stato un grande lavoro preparatorio, durato mesi, che ha coinvolto un grande numero di volontari. Uno di essi è Eugenio Marsilli, che descrive così la sua esperienza:

Quando la federazione ha chiesto in maniera generalizzata la disponibilità a collaborare per l’evento, mi sono sentito in dovere di far parte del gruppo dei volontari desideroso di far parte del grande gruppo della CIK in maniera più attiva e per vedere da dentro l’organizzazione di un grande evento. Esperienza positiva è dir poco. Da subito per me è stata chiara che da parte dei vertici dell’organizzazione c’era una visione molto lucida di tutte le problematiche, anche delle più nascoste e la capacità di individuare i soggetti giusti da mettere ai posti giusti. L’armonia tra tutti i volontari è stata il collante perché tutto il lavoro si sia potuto svolgere in maniera ottimale. La soddisfazione del successo finale (rimarcato dei complimenti che ci sono stati fatti di persona dai team managers di svariate squadre) mi hanno personalmente ampiamente ripagato degli orari di impegno e la tensione legata alla voglia di far bella figura per non essere poi tacciati con “i soliti italiani“. Insomma, bellissima esperienza che sarei pronto a ripetere immediatamente.

Eugenio non è l’unico volontario soddisfatto della riuscita dell’impresa: segue la testimonianza di Emanuele Stinchi, altrettanto entusiasta della gestione dell’evento e del risultato finale.

EIC2017, è il primo campionato europeo al quale sono stato. Sono partito incuriosito da come sarebbe stata l’organizzazione di un evento cosi grande e da come sarebbe stato lo iaido dei partecipanti. Da anni organizzo il seminario di Kendo di Ravenna e conosco bene le difficoltà che si possono incontrare nell’organizzazione degli eventi e quello che ho visto è stata una organizzazione chiara, gestita in modo preciso e con un sacco di collaboratori attenti e volenterosi, nessuno si è risparmiato e tutti hanno contribuito a rendere l’organizzazione efficiente. Ho imparato tanto sia per l’organizzazione dei tavoli di gara sia per la gestione logistica di praticanti e insegnanti. In merito allo iaido che ho visto posso solo dire, parlando da principiante, che era notevole e non solo in gara dove si sono visti kata di koryu bellissimi ma anche durante gli esami. Un grande ringraziamento va fatto a chi ha guidato l’organizzazione perché senza un coordinatore esperto e preciso non sarebbe stato tutto così perfetto.

Per finire… Sono molto fiera d’aver conosciuto tutte le persone con le quali ho potuto confrontarmi, fuori e dentro lo shiaijo. Non ho pensato neanche per un secondo che la medaglia che quest’anno ho vinto fosse solo mia, ed è una posizione che mi rende felice e mi fa sentire davvero parte di qualcosa. Qualcosa in cui siete coinvolti anche voi, che ora vi approssimate alla conclusione di questo lungo articolo. Per la vostra presenza, per le vostre critiche positive o negative, per l’impegno e la passione che avete profuso nello iaido che ci ha fatti conoscere, vi ringrazio.

© Alessio Rastrelli

 

 

L'Autore dell'Articolo

Chiara Bonacina

Chiara Bonacina

Scrittrice e web content writer bergamasca, vive a Torino. Si è laureata in Scienze Filosofiche presso l’Università Statale di Milano, in seguito all’approfondimento dei legami culturali fra Giappone ed Europa. Fa parte della nazionale di iaido dal 2013 ed essendo innamorata della disciplina che pratica, per questo si ritiene molto fortunata.

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