Kendo Magazine

Star Wars ed il Kendo

Immagine Adobe-Intel

Dove il cinema trovò la “disciplina”

“Non c’è ignoranza, c’è conoscenza.
Non c’è paura, c’è potere.
Io sono il cuore della Forza.
Sono la fiamma rivelatrice della Luce.
Sono il mistero dell’Oscurità.
In equilibrio tra Caos e Armonia, immortale nella Forza”.

Un passaggio da Il libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi? No, si tratta del Codice Jeda’i, l’insieme di princìpi alla base del comportamento dei Jedi, i leggendari monaci-guerrieri difensori della pace e della giustizia nell’universo di Star Wars. Che l’accostamento tra Jedi e bushi vi abbia suscitato un moto d’orgoglio o che al contrario vi abbia fatto storcere il naso, è innegabile che il kendo e la cultura giapponese siano stati un’importante fonte di ispirazione per Guerre Stellari.

A cominciare dall’ammirazione verso l’opera di Akira Kurosawa, di cui George Lucas non ha mai fatto mistero: molte delle storie, dei personaggi e delle scene della saga ambientata “in una galassia lontana lontana” prendono indiscutibilmente le mosse da film come La fortezza nascosta – l’intero soggetto dell’Episodio IV: Una nuova speranza (1977) ne è un prestito dichiarato. Secondo alcune teorie, la stessa parola “Jedi” deriverebbe da “Jidai Geki”, il dramma storico ambientato nel periodo Tokugawa tanto caro al regista de I sette samurai. Quando Star Wars debuttò, nel 1977, la sua rivoluzione consisteva in gran parte proprio in questo: mescolare le aspirazioni tecnologiche del genere fantascientifico con i più antichi racconti epici dei samurai e degli spadaccini occidentali.

È difficile non cogliere le analogie tra un incontro di kendo e il duello tra Darth Vader e Obi Wan Kenobi nell’Episiodio IV: la postura, il tempo, la guardia… Hasso no kamae e persino il jodan sono adottate con frequenza – tanto che potremmo definire Luke Skywalker il “jodanista” della saga. Per sua stessa ammissione Nick Gillard, coordinatore degli stunt per la prima trilogia di Star Wars, si è ispirato al kendo – nonché ad altre discipline marziali – per la costruzione dei combattimenti in scena, sebbene nei film “successivi” (gli episodi I, II e III) sia sempre più difficile riscontrare tra i duellanti un’anima kenshi, che lascia invece il posto a qualcosa di più simile a una danza coreografata.

Immagine tratta dal film Starwars

Obi Wan Kenobi contro Darth Vader, Episodio IV – Twentieth Century Fox/LucasFilmLa filmografia di Lucas rende omaggio a Kurosawa persino nell’estetica delle inquadrature: basta confrontare questo fermo immagine da un tramonto su Tatooine (in alto – ancora dall’Episodio IV) con il momento in cui sole e luna sono visibili contemporaneamente nel cielo di Dersu Uzala (uscito appena due anni prima, nel 1975 – immagine in basso)

Immagine tratta da Twentieth Century Fox/LucasFilm - Mosfilm/Studio
Immagine tratta da Twentieth Century Fox/LucasFilm – Mosfilm/Studio

O accostare l’armatura di Darth Vader ad una qualsiasi armatura yoroi usata in Giappone a partire dal XII secolo:

Immagine comparativa tra armatura utilizzata nel film StarWars e armatura storica giapponese
Immagine comparativa tra armatura utilizzata nel film StarWars e armatura storica giapponese

Per i cinefili, questo breve video di CineFix racconta molto bene “Quanto i film di samurai sono responsabili per Star Wars”: https://www.youtube.com/watch?time_continue=59&v=_pU6B2zEFeg

“Onore, equilibrio, giustizia. Il kendo è tutto ciò che i Jedi rappresentano”, sottolinea il documentario del 2016 “Star Wars: Evolution of the Lightsaber Duel”, narrato nientemeno che da Mark Hamill alias Luke Skywalker (con la partecipazione di Christopher Yang Sensei), che analizza l’influenza del kendo sull’immaginario di Star Wars:

Ma i Jedi possono davvero essere considerati dei “samurai dello spazio”?

Lo schermidore, kendoka e aikidoka Nick Jamilla, autore del libro “Sword Fighting in the Star Wars Universe: Historical Origins, Style and Philosophy” (“Il duello alla spada nell’universo di Star Wars: origini storiche, stili e filosofia”,  McFarland – 2008) sostiene che “è possibile trovare elementi della lotta pragmatica (la guerra giusta) sia nella cultura occidentale della spada che in quella giapponese, le due più grandi influenze sui Jedi di Star Wars – il concetto di cavalleria, l’etica fondamentalmente cristiana dei guerrieri occidentali, e il bushido, l’etica samurai che faceva dell’onore il più importante dovere sociale”. Così la spiritualità intrinseca della Forza – l’equilibrio energetico che pervade l’universo, venerato dai Cavalieri Jedi – si collega alla parte spirituale del bushido, e il rapporto maestro-discepolo e il percorso di addestramento fisico e spirituale che avvengono nei dojo di tutto il mondo si avvicinano alle dinamiche interne all’Ordine Jedi.

Secondo Geoff Salmon di KendoInfo.net, “in parte è vero che noi kenshi e i Jedi condividiamo una serie di valori. (…) Quello che rende il kendo differente è il fatto che noi [kendoka] impariamo dei valori morali attraverso un duro allenamento fisico. Chiunque può parlare di coraggio e gentilezza, ma rialzarsi da terra dopo una sessione di kakarigeiko e fare l’inchino credendoci veramente è un’altra cosa”:

https://kendoinfo.wordpress.com/2016/02/22/kendo-and-star-wars/

Ad ogni modo, che accettiamo o meno le teorie sull’apporto del kendo alla saga di George Lucas, il fenomeno Star Wars rappresenta senza dubbio un’opportunità. C’è chi dalle acrobazie Jedi ha fatto nascere uno “sport”, come i creatori del Light Saber Combat sportivo, la pratica di “tecniche originali create per essere credibili in un ‘reale’ combattimento con una ‘spada laser’”, e che alla domanda “A cosa serve il Light Saber Combat sportivo?” risponde “Semplice: a nulla” (“Dedicare il proprio tempo facendo il volontario per Amnesty International o essere un Medico Senza Frontiere serve a qualcosa; il Light Saber Combat sportivo in quest’ottica è totalmente inutile”, Gianluca Longo ”Sabnak”, Founder Master, SLM – Society of LudoSport Masters). Allora perché non valutare – con le dovute precauzioni – la possibilità di promuovere il kendo anche tra coloro che si avvicinerebbero alla disciplina perché aspirano a diventare dei Jedi della nostra galassia?

Le difficoltà ci sono, certo, e sono le consuete: fare in modo che chi si avvicina al kendo a seguito di queste aspirazioni poi prosegua con la pratica. La via della spada è una disciplina affascinante da guardare dall’esterno, ma una volta varcata la soglia del dojo le cose si complicano, subentra l’impegno reale e il tasso di abbandono rimane elevato.

A gennaio dell’anno scorso The Guardian segnalava che nel 2012 l’uscita nelle sale di The hunger Games aveva dato grande impulso all’arco olimpico, con migliaia di ragazzi e ragazze che avevano iniziato a prendere lezioni di tiro con l’arco per essere come Katniss Everdeen, la coraggiosa protagonista della trilogia. Allo stesso modo Star Wars: Gli ultimi Jedi, al cinema in questi giorni, potrebbe e dovrebbe diventare un’opportunità di promozione incrociata e portare nuovi praticanti nei dojo. A costo di mettere sin da subito l’aspirante kendoka di fronte alla realtà, di fronte a ciò che si aspetta di trovare nella pratica del kendo e che invece non troverà, dando risalto allo stesso tempo alle grandi, meravigliose sorprese che questa disciplina può riservare, sul piano mentale, fisico, umano.

Lo “spirito guerriero” che giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, guida il kendoka nella pratica in fondo non è poi così lontano dallo spirito che anima i difensori della pace e della giustizia della Repubblica Galattica, famosi per la loro propria e sola arma: la spada laser. Nella galassia lontana lontana così come nella nostra, ci penserà il tempo a mettere ogni cosa al suo posto.

L'Autore dell'Articolo

Noemi Coppola

Noemi Coppola

Di madrelingua siciliana, romana d’adozione, per lavoro parla inglese con l’accento americano, legge giornali e va su Facebook. Ha studiato italiano e spagnolo, non finirà mai di studiare giapponese. Nidan di kendo, lettrice, pianista in pensione e ottima forchetta, è iscritta alla CIK dal 2014.

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