Varie Magazine

Tradizione e Progresso

Arti Marziali a confronto

Si riprende qui l’argomento “La Mente del Kata” trattato sulla rivista “Ki OnLine” nel luglio del 2015, confidando sulla pazienza del lettore nel seguire quello che a prima vista potrebbe sembrare un perdersi nell’astrazione filosofica, ma che invece, per chi sappia e voglia intendere, riguarda assai concretamente il senso del vivere, compreso quindi l’esercizio delle Arti del Budo.

Per iniziare

è opportuno notare che per quanto il Progresso della scienza e della tecnica, con l’evolversi del pensiero che ne consegue, tenda a dimenticare la Tradizione spirituale, o, il che è lo stesso, ad adattarla secondo le proprie “esigenze” (si dice che “i tempi cambiano” e  “occorre aggiornarsi”), tale dimenticanza non potrà mai essere definitiva dato che la Tradizione, ovvero la trasmissione dell’Idea di Perfezione e dei mezzi atti a realizzarla, rispecchia e propone l’Essere, mentre il Progresso come valore assoluto, che definiremo più adeguatamente progressismo, appartiene inesorabilmente al Divenire. Che lo si ammetta o no, nessun Divenire e quindi nessun vero Progresso può darsi indipendentemente dall’Essere e senza scadere nel progressismo.

Il Progresso assolutizzato

Pertanto, contrariamente alla stereotipa convinzione secondo la quale ciò che è tradizionale finisce per essere “arretrato”, mentre ciò che è progredito è senz’altro “avanzato” (si pensi, per esempio,  all’abisso simbolico ed ecologico fra l’aratro e il trattore) è la Tradizione che, rispecchiando e proponendo l’Essere, è sempre nuova e viva, mentre il progressismo rimane soggetto all’invecchiamento e alla morte. In altri termini, è la forma primigènia della Ruota ad essere sempre nuova, come sempre nuovo è l’Essere, mentre le applicazioni innovative tecnico-scientifiche su di essa sono marchiate da una fatale provvisorietà che le fa essere superate nel momento stesso che vengono realizzate: non c’è innovazione, di qualsiasi specie, che un attimo dopo il suo affermarsi non cominci a subire, più o meno lento ma implacabile, l’attacco corrosivo della … innovazione. Come dire che il progressismo, cioè il Progresso assolutizzato, avanza verso il nulla, continuamente partorendosi e uccidendosi. Non riconoscendo alcuna stabilità, cioè non riconoscendo o dimenticando l’Essere, cioè l’Immutabile, il progressismo è un continuo mutamento nichilistico, ciò non essendo senza conseguenze sulla psiche umana, che d’altronde lo genera e ne resta vittima, anch’essa preda di un’agitazione senza requie, affascinata e stordita dalla costante necrosi del “nuovo”, identificato automaticamente con il “mancante”. E, di fatto, altro è progredire nell’Essere che infinitamente sazia, altro è progredire nel progressismo che infinitamente affama.

La Ruota

Per rifarci ancora al simbolo della Ruota, è facile constatare come ogni progresso dovuto all’intervento innovatore dell’uomo non potrà mai fare a meno della forma primigènia della Ruota stessa: il mozzo, cioè il centro immobile, è la conditio sine qua non dei raggi e della circonferenza destinati al movimento. Il tecnico-scienziato, l’innovatore, può essere del tutto inconsapevole o volontariamente incurante di tale verità, la quale, tuttavia, è quella che gli permette le sue innovazioni, il suo muoversi progredente, il suo pensare evolvente, che, però, appena nato invecchia e muore. E così il Progresso, imponendosi come valore assoluto, cioè come progressismo, ossia non riconoscendo o dimenticando il mozzo, il centro immobile, l’Essere, non può godere né della sua giovinezza né della sua vecchiaia, con ciò scadendo nel non senso, esattamente come i raggi e la circonferenza della Ruota, quali immagini del Divenire, sono inconcepibili indipendentemente dal mozzo, dal centro immobile, dall’Essere.

L’inscindibile relazione gerarchica tra Essere e Divenire

ovvero tra il mozzo-centro della Ruota ed i raggi con la circonferenza è lampante: la sana ragione se ne rende conto con estrinseca immediatezza e l’intuizione ne penetra agevolmente l’intrinseca verità. Al riguardo c’è da osservare che il PENSIERO, essendo un flusso, cioè uno scorrere, un movimento, appartiene anch’esso al Divenire, al mutamento, restando tuttavia dipendente dall’Essere: SONO DUNQUE PENSO (impossibile pensare senza “prima” essere), e addirittura, secondo lo Zen, NON PENSO DUNQUE SONO, e, per finire, l’intrigante PENSO DUNQUE HO L’ILLUSIONE DI ESSERE (Daniel Dennet, equalism.org.), che rispecchia il serio problema del torrentizio flusso mentale e verbale per il quale il soggetto sente (illusoriamente) di essere nella misura che pensa e parla. Sennonché:

«Pensare è pericoloso, le sue tendenze interiori portano all’errore e al misfatto, e la sua affinità con il Tao è limitata»

(Shu Ching – Il Libro dei Documenti).

 

L’Essere

Alla luce di quanto sopra, risulta che è l’Essere a conferire un’oggettività a tutte le cose e a far sì che esse – a meno che non siano considerate esclusivamente in se stesse – non siano mera apparenza: il centro-mozzo della Ruota è  l’Assoluto, l’Immutabile, l’Oggettivo (che ovviamente non è un “oggetto”) da cui originano tutte le cose e a cui tutte le cose fanno necessariamente riferimento. Perciò ogni cosa è così com’è (sono mama) e non come il capriccio soggettivo le vede: quell’albero è così com’è e non come lo vede l’osservatore condizionato dalle proprie pastoie; quell’albero è uno e vero, così com’è, ma davanti a dieci osservatori impastoiati che lo osservano stanno dieci alberi falsi. E magari i dieci impastoiati discutono fra di loro, ciascuno per “sponsorizzare” la verità del proprio falso albero. Meno che mai, quindi, l’albero vero risulterà dal “giudizio arbitrale” cui dovessero giungere i dieci impastoiati. Detto altrimenti: la verità mai potrà consistere nella somma delle falsità, e, meno che mai, delle approssimazioni.

Kendo femminile
Kendo femminile

Ora, è ben vero che si vive in un ormai consolidatissimo clima di relativismo, soggettivismo e individualismo di massa, per cui in tutto e per tutto, come si dice, “ognuno la pensa a modo suo”, ma il mozzo-centro della Ruota, l’Essere, l’Oggettivo, che è il Soggetto Unico Immutabile, è sempre lì, inamovibile e imperturbabile (fudo) quale Origine di tutto, e nella sua magnanimità permette anche che ognuno se la canti e se la suoni come crede, ovviamente con l’inevitabile conseguenza dello smarrimento dell’Essere: smarrimento illusorio ma “vero” nel soggetto impastoiato, che per di più non fa nulla per liberarsi dalle pastoie (heiso) ed anzi se ne pasce.

La Disciplina della Spada

Riferendo tutto quanto sopra alla Disciplina della Spada, come anche a tutto il Budo, non si dovrebbe mai ignorare che, in quanto espressioni dell’Essere, dell’Immutabile, cioè del Principio (ossia del Ri, come si vedrà più avanti), i testi della Tradizione scritta e la Tradizione orale/pragmatica dei Maestri giapponesi (la “giapponesità” del Budo essendo imprescindibile e per gli Occidentali quasi certamente non del tutto sondabile) insegnano che la Via della Spada è MEDITAZIONE, vale a dire OMUSHOJU NISHOGOSHIN: «rendere attiva la mente senza un luogo in cui fissarla», ovvero «generare la mente senza dimora», insomma «plasmarsi una mente che non abbia luoghi di stallo», (Takuan Soho, Fudo Chishin Myoroku, Il libro divino dell’Immutabile Saggezza). Dal che ne deriva che una pratica che non abbia per motrice l’Idea di Perfezione, quindi della Meditazione, dell’Essere, dell’Immutabile, dell’Oggettivo, insomma del MUSHO 無所 NESSUN LUOGO, si pone fuori della Tradizione per cadere nell’evanescenza del progressismo, nell’innovazione lontana (seppur illusoriamente) dal centro-mozzo della Ruota e perciò dall’Essere, sotto l’impulso di un pensiero “libero” che, appunto, facilmente muove il soggetto a cantarsela e suonarsela come meglio crede. E a progredire da nulla a nulla.

La Maitri Upanishad recita:

si diviene ciò che si pensa, questo è l’eterno mistero», affermazione inquietante, per chi sappia e voglia intenderla, da cui si deduce che il pensiero possiede una temibile facoltà vibratoria che plasma il soggetto secondo il suo contenuto inevitabilmente complesso e quindi nel senso della complicazione-dispersione piuttosto che della semplificazione-unificazione. Gli è infatti che con la sua sinteticità l’Idea di Perfezione è infinitamente oltre la portata dell’analisi del pensiero, il quale, nel migliore dei casi, non può che limitarsi a fluttuarvi intorno per dirne qualcosa, mentre, a rigore, l’Idea medesima essendo captabile intuitivamente, necessita, se del caso, di pochissime parole illustrative, mentre, al contrario, una “conferenza” intorno ad essa diventa dispersiva, finendo facilmente per procrastinarne o impedirne del tutto l’esercizio.

Pensiero Complesso

Di più, il pensiero, essendo complesso, contiene un inevitabile intreccio auto-referenziale e perciò auto-giustificante composto non solo di concetti ma anche e soprattutto di desideri, fra i quali s’annida il desiderio-radice, cioè il vero movente (ognuno conosce perfettamente il proprio) da cui prende a costituirsi e a vibrare il relativo pensiero con la sua forza plasmatrice e immancabilmente si riflette nel comportamento. Ricordiamo  che il desiderio implica una mancanza, un’insoddisfazione, un’inquietudine che si muove, avanzando incessantemente e spasmodicamente nell’intervallo (inesistente) tra ciò che “già si ha” e ciò che “ancora non si ha”, ciò che costituisce per la mente duale un paradossale «luogo di stallo», ovvero: più la mente si muove verso un obiettivo futuro – che non può essere che immaginario e aleatorio – e più si ghiaccia (moshin) su quell’obiettivo che non appena ottenuto comincerà a rivelarsi insoddisfacente, con ciò trovandosi agli antipodi della Meditazione il cui luogo è il Presente, l’unico “tempo reale” che postula – è facile intuirlo –  la totale assenza di obiettivi: «Quindi siate attenti al “voler andare avanti”, ed invece imparate come fermarvi in una apprezzante contentezza. In questo modo, il “fare” sparisce e la meditazione fiorisce».(Ajahn Brahmavamso, santacittarama.altervista.org).

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Il tutto non significando affatto che occorra abolire ogni progetto o programmazione; piuttosto, ciò che conta è il DISTACCO dal loro RISULTATO, ciò che per una mente duale, cioè la mente ordinaria, è totalmente impossibile. Distacco, si noti, che ha da essere reale e non soltanto “intellettuale”, affinché la mente possa scorrere liberamente come l’acqua (honshin), il tutto, è bene sottolinearlo, essendo tutt’altro che scontato. E tenendo presente che il mirare ad un risultato crea il tempo e proietta fuori del Momento Presente che è esattamente quello della Meditazione, unico vero Tempo nel quale … tutto è a posto e unificato poiché non v’è né eccedenza né mancanza.

Nel capitolo 9 del prezioso volume Iaido shinsain no me – Gli occhi dei giudici di Iaido, Kawaguchi Toshihiko hanshi, evidentemente non senza una ragione, avverte:

«Cercate di non confondere la vostra meta (Mokuteki) con gli obiettivi che ci poniamo (Mokuhyo). Lo scopo del vostro allenamento è “L’evoluzione del comportamento umano attraverso: la pratica (Shuren) e il rispetto dei principi della spada”. Lo scopo finale non dovrebbe essere sostituito da obiettivi quali passare un esame o vincere una competizione. Tutti questi obiettivi sono solo passi da superare per raggiungere una meta più grande. Se vi ponete degli obiettivi come mete, allora state mancando il punto cruciale».

Ora, riguardo alla Disciplina della Spada, ed al Budo in genere, è difficile negare che esami e gare siano diventati talmente strutturali alla Pratica da rendere difficile – o addirittura impossibile? – il concepirla nella sua essenzialità, ovvero nel suo essere un’Arte della Meditazione e quindi della conoscenza di sé, scevra da carenze e padronanze auto-referenziali o egocentriche che dir si voglia, ragion per cui ci si dovrebbe chiedere se più che tappe giocose e in fondo non indispensabili, esami e gare non siano espedienti per arricchire l’immagine di sé, ovvero per consolidare il proprio io empirico «che separa e fissa i contenuti di ogni esperienza, si assolutizza e assume carattere autonomo» (Karlfried von Durckheim, Lo Zen e noi).

Risulta estremamente importante

quindi, prendere coscienza che qualsiasi riconoscimento o non riconoscimento ufficiale lascia il tempo che trova, ossia nulla aggiunge e nulla toglie al reale valore della prestazione, la quale, il Praticante lo sappia o no, non può darsi che nel Momento Presente della Meditazione, cioè della Contemplazione, ove, in via di principio, non esiste alcun “possesso” o “non possesso” né alcun “avanzamento” o alcun “regresso”, ossia alcuna auto-referenzialità, per la semplice ragione che nella Mente non duale – la Mente del Kata –  non c’è né può esserci un io empirico che se ne preoccupa. «Un “Avere” deve possedere un fiore, lo coglie, lo fa suo. Un “Essere” ne contempla la bellezza, godendo di questo, percependolo per immaginare altri orizzonti» (Erich Fromm, Avere o essere?).

Gli è infatti che qualsiasi sentimento di mancanza o di delusione scinde la mente in due «luoghi di stallo»

e cioè, come già notato, tra ciò che “già si ha”, e che non soddisfa più, e ciò che “ancora non si ha” e rappresenta l’obiettivo (mokuhyo) successivo, ma anch’esso provvisorio e ghiacciante, da “raggiungere”. E poiché il raggiungibile è chiuso inesorabilmente nella sfera umana del finito, ecco che rispetto all’Idea di Perfezione, della Meditazione, del Musho, della Meta (Mokuteki)  e quindi dell’Infinito, il desiderio-radice proteso verso un “ottenimento” si rivela come distrazione dall’Oggettivo, cioè dall’Essere, dall’Immutabile, nonché plasmatore di forme in continuo divenire-progredire poiché imperfette, fatalmente incompiute, insufficienti a se stesse e, al dunque, “intrise” di non-essere.

Raggiungere, Acquisire, Possedere…

 Al più, quindi, il desiderio-radice di “raggiungere”, “acquisire”, “possedere” ciò che “manca”, conduce ad un divertimento nel senso letterale del termine, ossia, dal latino divertere, ad un volgere altrove, ad un allontanarsi, ad un abbandonare (illusoriamente) il proprio essere. «Cercando di sembrare ciò che non siamo, cessiamo di essere quel che siamo» (Ernst Junger, Essere e apparire): la mente, che è una e quindi già possiede l’Essere quale suo fulcro, si sdoppia nell’identificare – e nel confondere – l’Essere (la sostanza) con l’avere (l’accidente), dando luogo alla dicotomia interno/esterno, ponendo in continuazione (illusoriamente) fuori di sé qualcosa da ottenere (ushotoku), e che diventa immediatamente un «luogo di stallo».

Si propone al riguardo un brano davvero intenso da Trevor Legget, Zen e le Vie, nel quale è ribadita l’inscindibilità fra Ri (il Principio, l’Essere, il Centro, il Musho) e Ji (la Tecnica, il Progredire, i Raggi e la Circonferenza), secondo la nota formula Ji-Ri ichi, rivelatrice della Pratica in quanto Meditazione, la quale, è da notare, travalica le mura del Dojo e la Pratica formale. Ad un’attenta considerazione non sfuggirà la corrispondenza fra le Vie e i Raggi della Ruota che dal Centro (dall’Essere) promanano ed al Centro (all’Essere) riconducono.

«Ri è qualcosa che è – come dire – ispirato, seguendo le linee interiori del flusso universale […]

Fare qualcosa “muri”, cioè senza-Ri è forzare un risultato […] “muri” è fare le cose senza amore per la materia e per l’azione. Fare le cose con Ri è sentire l’unità del sé con esse.

Nelle Vie Ji significa particolari tecniche che sono state portate ad evoluzione dagli esperti; in un certo senso queste sono formalizzazioni, e in definitiva imitazioni di ciò che fu originariamente Ri. Sono testimonianze di ispirazioni Ri del passato. Finché rimangono solamente come imitazioni, perdono contatto con Ri; le situazioni cambiano costantemente, e così le tecniche dovrebbero costantemente adattarsi alla luce di Ri non appena diventano “muri”. Inoltre, persino una tecnica corretta, se mal impiegata, può essere “muri” […]

Ri può mostrarsi in qualsiasi situazione; le Vie vennero sviluppate dando particolare attenzione ad una situazione tecnica come campo per divenire coscienti di (e quindi esprimere) Ri per mezzo di Ji. Se lo stato interiore è in un certo grado chiaro e calmo, ogni situazione è una espressione di Ri».

Dunque Ri è il principio della Meditazione e perciò dell’Azione;

è l’Essere che regna oltre qualsiasi pensiero, desiderio e convinzione; è l’Uno che genera tutti i numeri; è l’Originario che precede la storia e la conoscenza; è la Percezione primordiale, unica, illimitata e incondizionata; è la Consapevolezza onnipervadente; è la Mente non duale del Kata che partecipa del «flusso universale»; è il Non-agire dell’agire; è l’Immobilità (Fudo) di ogni movimento (undo); è l’Assenza del soggetto che agisce e dell’oggetto da possedere; è l’Insignificanza del successo e del fallimento; è il Non-attaccamento a qualsiasi auto-giustificazione; è il Distacco da ogni “pro” e “contro”; è Libertà di fare o non fare; è l’Indifferenza nel gustare pane e acqua o aragoste e champagne; è lo Stato per il quale la banalità dello stare seduti in un modesto bar gustando una birra qualunque o il privilegio di trovarsi in un famosissimo Dojo per imparare un antichissimo kata  sono due raggi della Ruota che dal Centro promanano ed al Centro ritornano. Al tutto, è chiaro, non bastando una vita. Il tutto, è altrettanto chiaro, secondo la Tradizione.

In conclusione, si cita la pleonastica ed impegnativa affermazione del signor Luigi Rigolio dal suo intervento del 6 novembre su questa Rivista: «La sfida consiste nel salvaguardare ciò che va preservato». E ciò che va preservato, se non si vuol scadere nell’inconsistenza progressista, è la Via della Spada, ed ogni altra Via, quale Meditazione: OMUSHOJU NISHOGOSHIN.

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