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Campionati italiani di iaido 2018: condividere una passione

Nei giorni 10 e 11 febbraio 2018, a Castenaso, hanno avuto luogo i campionati italiani di iaido individuali e a squadre. Settanta atleti hanno preso parte alla competizione nella giornata di sabato, mentre sette dojo si sono sfidati nella gara a squadre di domenica. Gli shiaijo bolognesi hanno ospitato performance davvero sentite e belle da vedersi, la cosa che personalmente ho apprezzato di più era l’atmosfera che aleggiava nel palazzetto: voglia di fare iaido insieme, incontrandosi, non scontrandosi. Anche fra gli arbitri, ognuno con un diverso montsuki, si scorgevano bei sorrisi, sguardi limpidi e spirito di condivisione e partecipazione.

Prima dell’inizio della competizione mi sono divertita a guardare gli spalti e mi ha riempito il cuore di gioia vedere come, sebbene in un palazzetto tanto grande non fosse necessario, tutto il materiale (borsoni, spade, sacchetti con panini e bottiglie d’acqua) fosse vicino e “mescolato”: Milano, Torino, Pisa, Livorno, Vicenza, Messina, Savona, Bologna… Gli atleti di ogni provenienza non si sono ritagliati spazi isolati ma si sono disposti sugli spalti come si farebbe in casa, fra amici. Potrebbe sembrare un’osservazione banale, ma io sono un tipo che si commuove con poco e mi ha resa molto felice vedere anche solo questo.

Qualcuno che reputo piuttosto saggio una volta mi ha detto che nelle gare di iaido per forza ci sono un vincitore e un perdente (nelle accezioni più grettamente sportive di questi termini). Però quando entriamo nello shiaijo rosso, il nostro avversario autentico non è colui o colei che si appresta ad accedere a quello bianco: ognuno di noi ha il suo kasoteki sul quale deve concentrarsi, è quello il nemico e non chi ci sta accanto. Mi piace vivere le gare come momento di valutazione della qualità dei miei sforzi. Ovviamente, se vengono riconosciuti mi fa piacere, se vengono giudicati insufficienti mi dispiace molto. Questi sentimenti però devono riguardare me e solo me, la volontà di combattere si misura fra il mio io e il mio kasoteki, non tra me e l’altro competitore, fra la mia squadra e l’altro dojo. Giudicare la mia pratica in rapporto a quella degli altri competitori è compito degli arbitri, non mio. Il loro giudizio deve essere insindacabile per ogni competitore, al quale spetta meditare tanto sulla vittoria quanto sulla sconfitta, siccome nello iaido non ci sono traguardi eterni, linee d’arrivo che una volta superate sanciscono una sempiterna abilità. Nessuno è mai “arrivato”, viviamo in uno stato di romantico anelito, di tensione costante verso la perfezione, e qualsiasi cedimento in questa tensione comporta passi indietro, siano centimetri o kilometri.

Iaido è qualcosa di quotidiano, è vita in dojo, è confrontarsi con sé stessi tutti i giorni e non solo tre volte all’anno in gara o addirittura meno spesso negli esami. Chi fa lo stesso in altri dojo, come potrebbe essere un nemico? Si tratta di amici che percorrono la nostra stessa strada. Quest’anno ho provato la fortissima emozione di tirare in una categoria tutta nuova, della quale fanno parte persone che ho visto sfilare con determinazione sugli shiaijo quando ancora io me ne stavo sugli spalti con i jeans e il bokken nella sacca, incapace di smettere di muovere le gambe da seduta tanta era la mia voglia di diventare brava quanto loro apparivano a me. Mi ricordo bene com’era, infondo non è passato tanto tempo. La voglia di capire di più, di fare di più, le tecniche eseguite dai senpai che ci sembrano dei prodigi, quella frustrazione divertente che si prova quando si capisce così poco di quel che già si ama e se si cerca di indovinare l’esito di una gara puntualmente si sbaglia, ci si riempie la bocca di parole come “fighting spirit” credendo di riuscire a vederlo e percepirlo come se fosse un colore.

Lo iaido ci ridimensiona costantemente, è qualcosa di mutevole con cui il confronto non è mai noioso o sterile. Non possiamo però relazionarci allo iaido da soli, perciò si studia nei dojo: servono la guida di un maestro e l’esempio, il confronto con senpai e kohai, e perché precludersi un orizzonte più vasto, presentandosi ogni volta che è possibile a seminari e competizioni per allargare il nostro universo? Quando ho partecipato alla mia prima gara, era il 2013 e si trattava di una competizione a squadre. Non conoscevo quasi nessuno, ma non sono stata per questo esclusa. Le relazioni che ho stretto allora si sono rafforzate nel tempo, facendomi sentire sempre più vicina ai praticanti del mio dojo e piano piano a quelli di tutta Italia, quindi la mia piccola rete si è estesa all’Europa e a qualche preziosa gemma proveniente dal Giappone che ho troppo raramente avuto occasione di ammirare.

In conclusione, vorrei approfittare dell’ultimo paragrafo di questo articolo per esprimere il mio affetto e i miei ringraziamenti ai competitori, agli istruttori, agli arbitri e ai giudici di gara che ho conosciuto o ri incontrato in questo week end emiliano. Senza compagni di pratica non ci sarebbe iaido.

 

L'Autore dell'Articolo

Chiara Bonacina

Chiara Bonacina

Scrittrice e web content writer bergamasca, vive a Torino. Si è laureata in Scienze Filosofiche presso l'Università Statale di Milano, in seguito all'approfondimento dei legami culturali fra Giappone ed Europa. Fa parte della nazionale di iaido dal 2013 ed essendo innamorata della disciplina che pratica, per questo si ritiene molto fortunata.

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