Iaido Magazine

Un messaggio nella bottiglia, ovvero una libera interpretazione del metodo kata

Photo@KrisCarr
Iaido: un messaggio nella bottiglia

Mi sembra importante accennare a come si sviluppa il metodo di allenamento attraverso la pratica dei kata, proprio dello iaido. Credo che alcune spiegazioni, anche non ortodosse, possano essere utili a chi vuole approfondire la materia.

Devo prima di tutto premettere che negli ultimi anni ho portato avanti, con la guida del mio maestro di iaido  un percorso di allenamento che definirei “globale” e che mi ha permesso senz’altro di ottenere apprezzabili risultati nello iaido ma non solo. Ho potuto vedere che quanto fatto ha finito per poter essere applicato sia nel kendo che nel judo che, cosa ancora più importante, nella vita di tutti i giorni.

Il lavoro di cui sopra è stato basato inizialmente su una ricerca prima di tutto posturale, partendo dalla correzione degli errori posturali statici e continuando, con l’ausilio del controllo della respirazione, con il correggere le posture dinamiche e poi con il (cercare di) togliere le attitudini mentali negative (aggressività, paura, esibizionismo ecc…).

Perché parlare di postura e attitudine mentale in un articolo che tratta di filosofia del metodo  Kata?

Perché cito tutto questo in un articolo dove voglio parlare di kata? Ebbene, con il punto di vista che in questo momento ho acquisito mi appare come tutto quanto ciò sia legato strettamente ben al di là delle questioni tecniche o formali e permetta una interpretazione non convenzionale dell’allenamento attraverso kata.

Iniziamo a parlare un attimo di kata in senso generale. Per riassumere, con kata si intende, come tutti i praticanti sanno, una “forma” che ha lo scopo di trasmettere un atto tecnico relativo a più o meno qualsiasi disciplina o arte giapponese. In Giappone si parla di kata relativamente alle arti marziali, alla cerimonia del té, alla maniera di pulire una spada, ma di fatto il metodo rappresenta il sistema di trasmissione principale della tecnica anche a tutte le altre arti e discipline tradizionali.

Se per quello che riguarda le arti tecniche il kata è probabilmente un mero trasmettitore di conoscenza non scritta, invece nelle discipline marziali, essendo il combattimento una materia molto più ampia e fluida i livelli di interpretazione (e di definizione a monte) sono invece molto più complessi ed articolati.

Sono anche d’accordo con chi mette l’accento su un altro aspetto del kata, quello del superamento del limite della dualità nel pensiero al momento del combattimento. La pratica del combattimento, sia essa con un reale avversario che in condizione simulata come nei kata (kendo o iaido, o anche judo se è per questo) se affrontata seriamente comporta una serie di aspetti mentali ed introspettivi assolutamente non banali.

Una corretta pratica del kata (come peraltro del combattimento con un avversario) implica necessariamente uno studio a monte dei fondamentali della tecnica. È infatti sbagliato confondere il kata con il fondamentale (kihon).

Per spiegare meglio questo concetto, se ad esempio non so tenere in mano una spada o fare un corretto movimento di taglio, non riuscirò mai a fare un kata di kendo corretto, nemmeno il più semplice, così come se non ho la reale percezione del concetto di ki ken tai che ho appreso attraverso la pratica del combattimento difficilmente riuscirò ad esprimere uno iai completo.

Se di una tecnica non comprendo la totalità dei movimenti e del loro significato in termini di combattimento e di interazione con il mio avversario, la sua esecuzione potrà al più fornire un bel risultato estetico (e nei casi peggiori una pessima parodia)… Ma se di una tecnica non comprendo l’interazione con il mio “avversario profondo”, ovvero il mio ego, una esecuzione pure perfetta nella sua interpretazione potrà non essere applicabile in un reale contesto di combattimento (da cui, per inciso, l’utilità della gara come momento di verifica della nostra crescita personale, non avendo l’occasione di misurarci in duelli per la vita).

Si tratta quindi di applicarsi su metodi non necessariamente volti al combattimento ma più generali, come appunto il controllo della postura statica e dinamica, della respirazione e delle proprie reazioni emotive per acquisire una maggiore consapevolezza di sé stessi e dei propri movimenti e reazioni da inserire nello studio dei kata, utilizzando quest’ultimo come feedback fisico e psicologico positivo.

Il “metodo kata”, quindi, rappresenterebbe nella mia ipotesi ad un tempo il contenitore per tutti questi concetti ed anche il metodo che permette di verificarne la corretta attuazione.

La pratica del kata, quindi, rappresenterebbe nella mia ipotesi ad un tempo il contenitore per tutti questi concetti ed anche il metodo che permette di verificarne la corretta attuazione.

Nella mia visione la pratica per mezzo di kata, se usata correttamente e affiancata da altri metodi complementari, permette di sviluppare una maggiore consapevolezza di sé stessi (corpo, mente) e quindi di innescare un meccanismo virtuoso di crescita globale, in cui le parti ad un certo punto si confondono (quale è il metodo e quale lo scopo?) ma che ha risultati personali ben avvertibili in tutti i campi. A questo punto i contenuti tecnici possono anche variare ed evolvere nel tempo come in effetti è successo e succede ma l’efficacia del metodo non cambia.

Riferendomi a quanto potrebbero aver cercato di comunicarci i maestri del passato, è un po’ come se nel caso di un messaggio trovato in una bottiglia il vero messaggio fosse la bottiglia e non lo scritto al suo interno.

Devo anche sottolineare come ciò valga in particolare per lo iaido, in quanto la pratica del kata di kendo è (purtroppo) spesso relegata alla sola preparazione per gli esami. Se si praticassero i kata di kendo con regolarità e con il giusto metodo anche essi avrebbero esattamente la stessa valenza di quelli di iaido, con la differenza per così dire “operativa” del fatto di avere un avversario in carne ed ossa invece di uno immaginato.

Sono convinto che quanto detto sopra possa non essere del tutto chiaro per i limiti della mia capacità di spiegazione, ma quanto vorrei affermare è che non ha importanza il metodo utilizzato (kendo kata, iaido seitei o iai koryu) ma che la questione si sposta sull’interpretazione del “metodo kata” in generale e della sua valenza in termini di possibilità di crescita personale di chi lo pratica in maniera non superficiale.

Si badi bene che sono convinto che i risultati più rapidi nella formazione di un combattente non si ottengono con la pratica del kata.

Si badi bene che sono convinto che i risultati più rapidi nella formazione di un combattente non si ottengono con la pratica del kata. E’ stato infatti dimostrato nel passato con i fatti che questa è una realtà. O almeno lo è se andiamo a considerare intervalli di tempo brevi per l’allenamento (come quelli necessari ad atleti agonisti che devono necessariamente essere efficaci da giovani).

Un buon esempio storico di quanto dico è l’ascesa del judo tra le varie scuole di combattimento agli inizi del ’900.

In quei tempi si ebbe in Giappone la “guerra” tra le scuole di ju jutsu per accaparrarsi il diritto di allenare polizia e militari. Le scuole di ju jutsu tradizionale, che praticavano allenamenti basati fondamentalmente su kata, si trovarono a perdere regolarmente con il judo del professor Kano che aveva introdotto (o meglio perfezionato) la pratica del “randori” ovvero del combattimento libero a piena potenza dove però limitazioni tecniche rendevano la pratica intrinsecamente sicura o almeno non troppo pericolosa.

Ebbene, gli atleti del judo riuscirono, per la loro maggiore abitudine nel terminare le azioni e all’abitudine al combattimento reale (sia pure con regole), a prevalere di gran lunga nella maggioranza degli scontri con le altre scuole.

Questo significa che il metodo kata è perdente? Certamente no (come del resto testimoniato per il judo dallo stesso professor Kano quando insisteva sull’importanza della pratica del kata). Il problema sta nel fatto che la formazione di atleti (come quella di soldati da mandare in battaglia) deve essere rapida e quindi necessariamente più superficiale, mentre la formazione di un praticante “per l’intera vita” ha tempi ed obiettivi totalmente differenti, nei quali la prestazione in combattimento diventa per così dire un effetto collaterale (o meglio un indicatore dei progressi fatti) piuttosto che il fine ultimo.

A questo punto mi si potrà rispondere con la stessa argomentazione che ho usato precedentemente nei riguardi del kata come indicazione di una diversa didattica, ovvero: “perché se volevano farci passare questo messaggio non ce lo hanno detto chiaramente?”. Credo che la risposta stia nel fatto che l’utilizzo di un metodo “globale” del genere sia da considerarsi una pratica in qualche modo “esoterica”, ovvero dedicata ai pochi che negli anni ne avessero scoperto le potenzialità e quindi il metodo fu messo a disposizione ma per capirne l’uso era necessario interpretarne la chiave. So che pare un pochino una forzatura, ma anche se questa è solo una delle tante interpretazioni possibili, comunque può essere usata in termini operativi.

A questo punto da tutto quanto precede credo di poter quindi affermare che non trovo grandi differenze nel praticare lo iai di koryu piuttosto che il seitei iai, se non eventualmente in termini di preservazione di un bagaglio culturale che non deve essere perduto. Ma è d’altra parte meglio fare bene qualcosa di standardizzato (seitei) che male un koryu.

Una pratica che scenda in profondità permetterà di distinguere i due differenti modi di interpretare lo iai (seitei e koryu) e portare correttamente avanti lo studio di entrambi.

Del resto, una pratica che scenda in profondità permetterà di distinguere i due differenti modi di interpretare lo iai (seitei e koryu) e portare correttamente avanti lo studio di entrambi, scongiurando almeno in parte i pericoli di confusione che ogni tanto attanagliano istruttori e praticanti. La maggiore sensibilità che si può acquisire seguendo un metodo corretto rende chiaro cosa si stia facendo durante l’allenamento e quindi evita o comunque riduce il pericolo di fare confusione.

Non si tratta di praticare prima l’uno o prima l’altro, o più l’uno o l’altro, si tratta di praticare correttamente in funzione dei propri obiettivi e specialmente di scegliere consapevolmente tali obiettivi.

Non è dato discutere gli obiettivi di ciascuno: se l’obiettivo è quello di vincere le gare ci si concentrerà su alcuni aspetti, tralasciandone probabilmente altri. Se l’obiettivo è quello di passare gli esami i metodi saranno probabilmente diversi, ma se il nostro scopo è quello di portare con noi la pratica della nostra disciplina per tutta la vita (o almeno sino a che il fisico ce lo permetterà) dobbiamo senz’altro cambiare punto di vista e occuparci di quanto sta più in profondità e va oltre.

Da ultimo vorrei mettere l’accento sul fatto che un approccio più globale porta senza dubbio risultati più consistenti e duraturi, oltre a rappresentare una più corretta applicazione del “kendo rinen”, ovvero dei principi del kendo (iaido) come enunciati dalla ZNKR e fatti propri dalla CIK.

L'Autore dell'Articolo

Giorgio Zoly

Giorgio Zoly

Genovese, ma Monzese di adozione, Ingegnere Elettronico ma di fatto “artigiano dell'alta tecnologia”. Pratica Judo dal 1973, Kendo e Iaido dal 2000. Forgiatore di Katane quando il tempo lo permette, Insegna Iaido a Monza e scrive per diletto racconti. Redattore di KI dal 2003, negli ultimi tempi si è dedicato molto allo studio della teoria dell'insegnamento. Le Arti Marziali sono parte inscindibile della sua vita, a dispetto di tutte le difficoltà.

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