Varie Magazine

Come diventare giapponese. Anzi no.

Avete mai provato a googlare:

come diventare giapponese”?

 

Turning Japanese – The Vapors

 

Molti dei risultati che il motore di ricerca restituisce sono prevedibili: ci sono pratiche guide su come diventare cittadino giapponese, siti che approfittano delle parole chiave digitate per illustrare “come diventare chef di cucina giapponese”, video tutorial che promettono di farti diventare “bella come una giapponese” in poche semplici mosse. C’è chi insegna come si diventa disegnatori di fumetti, chi offre corsi di traduzione e chi assicura di riuscire a trasformare il lettore in un ninja in men che non si dica.

Ci sono poi i botta e risposta su quei popolarissimi forum che gli internauti usano per porre i quesiti più disparati: c’è Utente Anonimo che scrive

“Vorrei diventare giapponese, come posso fare? Un vero giapponese, come gli altri giapponesi,”

e Utente Anonimo 2 che replica

“Anche io volevo diventare giapponese, ma per quanto mi sono concentrata non si può”.

Utente Anonimo 2 ha proprio ragione.

 

Quasi diecimila chilometri e differenze culturali apparentemente abissali separano l’Italia dal Giappone. Eppure, la frequenza dei voli diretti tra le nostre capitali, i dati sull’import-export tra i due Paesi e 150 anni di relazioni diplomatiche, celebrati l’anno scorso anche dalla Confederazione Italiana Kendo insieme all’Ambasciata del Giappone, raccontano un’altra storia.

Sarà perché – almeno fino a una certa generazione – noi italiani siamo cresciuti a spaghetti e cartoni animati giapponesi, sarà che gli amici del Sol Levante sono grandi appassionati di lirica, sarà che siamo due terre di vulcani, la verità è che ci facciamo la corte a vicenda da secoli. Ma per quanto un aspirante disegnatore di fumetti possa perfezionare la sua tecnica, per quanto un appassionato possa imparare a memoria ogni singolo episodio del suo anime preferito, per quanti ideogrammi possa memorizzare uno studente di lingua non si trasformerà mai in un giapponese. Come ha scritto Chiara Bonacina per Kiryoku Torino, siamo europei, non siamo stati plasmati dalle forze sociali, storiche ed etiche giapponesi: Penso dunque sono (irrimediabilmente europeo).

 

Ecco perché questa non è una cattiva notizia.

Chi subisce il fascino del Sol Levante, infatti, forse non diventerà mai giapponese ma ha davanti a sé almeno quattro “vie” capaci di regalare quanto di più vicino possa esistere a un’esperienza di cultura giapponese autentica: il kendō, la “via della spada”; lo iaidō la via dell’estrazione della spada, o via dell’armonia; il jōdō, la via del bastone corto; la naginata, la via dell’alabarda. Indipendentemente dalla nazionalità dei maestri che guidano la pratica, nei dōjō, i luoghi delle arti marziali, è possibile familiarizzare con l’essenza stessa del Giappone, un’opportunità anche per chi non ha mai nutrito un interesse particolare per questo meraviglioso Paese.

Poche cose come le arti marziali riescono a offrire una prospettiva nuova sul mondo, sulle persone che ci circondano. Poche cose come il kendō, lo iaidō, il jōdō, la naginata, sono in grado di insegnare quello che spesso noi “occidentali” ammiriamo di più negli amici giapponesi: la perseveranza, l’attenzione (alla forma che non è mai fine a se stessa – come avviene nei kata), il coraggio, la fiducia nell’altro – nell’insegnamento del maestro e nel compagno di pratica che ci aiuta a crescere e cresce insieme a noi. Il rispetto. La lentezza. La pazienza.

In giapponese sono due gli ideogrammi che compongono nintai, “pazienza”. 忍 (shino/nin), “nascondere” (il “nin” di ninja, “colui che si nasconde”) e 耐 (ta/tai), “perdurare, resistere”, attendere in silenzio i frutti del proprio lavoro, non cedere alle difficoltà e all’ansia del tempo. Non arrendersi davanti agli ostacoli, piccoli e grandi, che inevitabilmente la vita metterà sulla nostra strada. Saper aspettare, perché le cose importanti non si ottengono schioccando le dita, non succedono per caso.

“Il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni: se viaggi per undici giorni e ti fermi quando ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale?”

(dagli scritti di Nichiren Daishōnin, 3 Kōan, circa 1280).

 

Questi e altri prodigi attendono chi si avvicina alla pratica delle arti marziali, che sia con l’ammirazione verso un popolo così lontano eppure così vicino, o anche solo con la curiosità di chi è in cerca di una palestra di vita.

 

Ecco la lista dei dōjō della Confederazione Italiana Kendo: dove praticare.

 

L'Autore dell'Articolo

Noemi Coppola

Noemi Coppola

Di madrelingua siciliana, romana d’adozione, per lavoro parla inglese con l’accento americano, legge giornali e va su Facebook. Ha studiato italiano e spagnolo, non finirà mai di studiare giapponese. Nidan di kendo, lettrice, pianista in pensione e ottima forchetta, è iscritta alla CIK dal 2014, dal 2018 è responsabile PR della Confederazione Italiana Kendo

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