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Via al primo corso istruttori CSEN

Il corso istruttori CSEN: a proposito degli strumenti e dell’approccio professionale.

 

Come consueto, la Cik mi ha affidato la preparazione e la conduzione della giornata formativa dedicata al ruolo dell’Istruttore all’interno del corso che porta alla prima certificazione. Si tratta di un corso qualitativamente migliorato recependo i suggerimenti ricevuti dai partecipanti alle precedenti edizioni, che ringrazio.

Trattiamo quattro argomenti:

  1. Gli ingredienti per la crescita professionale
  2. Il ruolo dell’istruttore all’interno di una Società appartenente alla CIK
  3. Compiti e responsabilità dell’Istruttore
  4. Lo schema di Blanchard per lo sviluppo delle competenze

L’idea è di offrire un modello-contenitore che poi ogni Istruttore declina in base a variabili individuali. Penso sia già un buon risultato, considerando che ci troviamo di fronte ad un corso di base, che mira a chiarire COSA dobbiamo fare, ove sarebbe impossibile, per vari motivi, definire il COME.

Poiché ogni volta qualcuno rileva questa lacuna voglio chiarire il perché di tale scelta.

1) Tempo e opportunità. Si tratta del corso iniziale, quindi l’obiettivo non è quello di preparare Istruttori perfezionati, quanto quello di generare una consapevolezza relativa al perimetro del ruolo e alla complessità della sfida, ciò che, nelle 6 ore dedicate, è già un grande risultato. Il percorso di miglioramento deve essere preso in carico in modo professionale, per tutta la vita, evitando di ritenere che, poiché il Budo in Italia è praticato nel tempo libero l’Istruttore possa permettersi il dilettantismo.

2) Contesto. Il Budo non è una materia normata da un ente che definisce obiettivi e metodi in modo univoco, per cui diverse interpretazioni sono legittime. Per questo motivo non è possibile declinare il metodo ad un livello di dettaglio che entrerebbe in contrasto con la varietà di culture rappresentate dai partecipanti.

Facciamo un esempio. Il partecipante percepisce che la pianificazione della pratica rientra tra i compiti dell’Istruttore; ci allineiamo su criteri ma non possono essere consegnati schemi definiti. Infatti un Istruttore che vede la pratica del Kendo affine alla pratica dello Zen rigetterà schemi di pratica che mirano a preparare un gruppo ad una competizione.

Stabilire criteri più definiti ed omogenei sarebbe possibile solo ove fossero presenti partecipanti selezionati su criteri specifici, ciò che potrebbe essere il futuro della formazione in CIK. Non è il caso del corso base nella versione attuale, ove nella stessa aula stanno Istruttori che insegnano presso Dojo frequentati da anziani signori che si avvicinano allo Iaido o al Jodo a fianco di Istruttori incaricati di formare giovani praticanti di Kendo a sfide fisicamente impegnative.

Tutto questo senza considerare che i partecipanti hanno un Sensei di riferimento e convinzioni sedimentate sull’insegnamento, spesso frutto di esperienze sporadiche e di successi casuali, ciò che rischia di tradursi in false credenze e curiose superstizioni.

Fatte queste precisazioni abbiamo cercato di approfondire temi che possono essere messi a fattore comune indipendentemente dalla provenienza e dal contesto ove l’Istruttore opera. Causa i limiti di tempo alcuni punti non sono stati sviluppati in modo soddisfacente, per cui è stato richiesto una sorta di aggiornamento della dispensa e riferimenti per poter approfondire alcuni temi. Mi sono ripromesso di offrire alcune considerazioni su almeno 3 argomenti:

  1. a) l’approccio professionale all’insegnamento
  2. b) come introdurre i principianti
  3. c) come programmare una sessione di pratica

In questo articolo mi occuperò del primo tema.

Per suffragare l’idea che l’insegnamento del Budo richieda un approccio professionale abbiamo sviluppato la questione degli strumenti dell’Istruttore, che ha riscosso interesse e curiosità. Con piacere approfondisco un tema che, tra l’altro, ci aiuta a capire come il Budo possa essere utile al di fuori del Dojo.

Parlando degli strumenti dell’Istruttore abbiamo appurato che, per le 3 arre di competenza, la comunicazione è sempre il veicolo fondamentale.

Ciò è apparso paradossale proprio quando abbiamo detto che il Dojo non è un luogo per perdersi in chiacchierare. Se Ken e Zen sono la stessa cosa, la pratica deve essere più silenziosa possibile.

Tenendo a mente che comunicare e parlare non coincidono, la comunicazione entra in gioco quando l’Istruttore deve, ad esempio:

  1. a) comunicare il programma dell’allenamento (competenza gestionale)
  2. b) trasmettere la conoscenza pratica (competenza tecnica)
  3. c) interagire con un praticante sulla prestazione motoria o sullo stato emotivo (coaching)

L’Istruttore deve comunicare efficacemente, ad esempio scegliendo quando fornire elementi cognitivi (spiegare), quando domandare, quando raccontare, considerando che un’interazione verbale:

  1. a) riduce il tempo dedicato alla pratica
  2. b) disturba gli altri praticanti
  3. c) rischia di minare la credibilità e fiducia (ad esempio quando pronunciamo termini imprecise o sbagliati)
  4. d) autorizza altri praticanti ad imitare (per l’effetto domino il Dojo comincia ad assomigliare ad un curioso incrocio tra una sala d’armi ed un tè filosofico).

Queste considerazioni ci hanno portato a riflettere su quella che possiamo definire una teoria dello strumento, che è applicabile alla spiegazione, alla dimostrazione, al feed-back, al suggerimento, ed in generale ad ogni strumento professionale.

Riassumiamo qui gli assiomi:

  1. a) l’impiego di uno strumento richiede una competenza specifica, che non essendo innata, va acquisita;
  2. b) ogni strumento ha una o più indicazioni di impiego, ovvero va impiegato in certi contesti mentre è inefficiente in altri;
  3. c) ogni strumento ha costi di impiego e potenziali problemi;
  4. d) chi utilizza uno strumento deve essere consapevole dei problemi e delle modalità per prevenirli o per minimizzarne le conseguenze.

Facciamo un esempio: il feed-back.

Nella relazione tra Istruttore e Praticante alcune interazioni hanno come oggetto la prestazione. Si tratta infatti di un tema molto antico, trattato da Omero, nella Bibbia, dai filosofi e commediografi classici. Questo non sorprende visto che gli esseri umani hanno sempre dovuto tramandare competenze pratiche, pensiamo ad esempio alle botteghe degli artigiani.

Recentemente in ambito sportivo e professionale si è cominciato ad investigare con metodologia scientifica il tema, che è oggetto di formazione per Allenatori professionisti e Coach.

Quindi un Istruttore inconsapevole, che ignora quanto suggerito dalla letteratura nel momento in cui interviene a correggere un proprio allievo, si espone al rischio concreto di operare in base a conoscenze infondate https://www.youtube.com/watch?v=0C5UQbWzwg8 , raccogliendo frutti meno graditi di quelli che si aspettava sulla base dell’impegno profuso. La dedizione, il sacrificio personale sono indispensabili ma non sono sufficienti.

Poiché è ormai arcinoto che un riscontro sulla prestazione offerto in modo maldestro oppure nei momenti sbagliati può incrinare una relazione, l’Istruttore inconsapevole deve semplicemente sperare che l’allievo aderisca ad un fantastico modello di valori che si suppongono derivare dal Giappone medievale, ove ci immaginiamo che la sottomissione gerarchica incondizionata fosse dovuta, incondizionata, imperitura.

Nella realtà i testi tradizionali mostrano che, nella cosiddetta tradizione giapponese, fossero proprio i Maestri a suggerire schemi di comportamento opposti:

“Un insegnante che trasmette ad un discepolo solo ciò che il suo maestro gli ha detto, è come un dottore che ha letto un solo libro di medicina”. [1]

L’obiettivo del corso base è che l’Istruttore percepisca la rilevanza del tema e la necessità di attrezzarsi culturalmente. Se la Federazione può mettere a disposizione programmi formativi mirati ed aggiornati l’ingrediente chiave per il progresso di un Istruttore sarà sempre nella volontà di approfondire autonomamente, ricercando fonti autorevoli https://www.youtube.com/watch?v=EHJZZasrHmk&t=84s , studiando, impegnandosi nel miglioramento. Il termine che riassume tutto questo è: auto-disciplina.

Alcuni partecipanti al corso hanno espresso smarrimento di fronte all’ampiezza delle tematiche proposte. E’ una percezione corretta, che segnala la comprensione del perimetro, ciò che è l’obiettivo del corso base.

Infatti, se nella pratica delle nostre discipline il talento può essere d’aiuto, la crescita di un insegnante si basa solamente sulla ricerca disciplinata dell’eccellenza, che richiede tempo e risorse. https://www.youtube.com/watch?v=dHJG8WAyUc4 L’alternativa è accontentarsi di quanto si raccoglie con i metodi fai da te…

A parziale consolazione possiamo testimoniare che l’auto-disciplina si può poi applicare alle competenze che ci portano da mangiare, ad esempio la comunicazione professionale, la gestione delle riunioni, la tecnica, eccetera…

[1] “La via del tiro con l’arco. I testi segreti della scuola di Kyudo Heki”. Ed. il cerchio 2009. Pag 100.

L'Autore dell'Articolo

Luigi Rigolio

Luigi Rigolio

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