Iaido Magazine

Saya no uchi: la differenza tra vincere e morire

Vi sono dei concetti base della pratica che spesso sono dati per assodati senza che realmente riusciamo a coglierne il significato. Uno di tali concetti, fondamentale nello Iaido e considerato una delle sue basi, è “saya no uchi”.

Come vedremo nel seguito, si tratta di qualcosa di tutt’altro che astratto e con notevoli applicazioni pratiche, oltre che di un concetto trasversale a tutte le arti di combattimento.

Il concetto di “saya no uchi”, secondo la spiegazione prevalente che ho sentito in moltissime occasioni, sarebbe quello di “vincere senza estrarre la spada”.

Confesso che tutto ciò, per come me lo avevano spiegato sinora, mi ha sempre lasciato un pochino perplesso.

Mi spiego meglio: capisco molto bene il fatto di percepire la superiorità di un avversario anche senza scontrarsi con lui, ne ho avuta esperienza personale in alcune occasioni, una delle quali, successami circa dieci anni fa, è stata per me una vera rivelazione sul fatto che il mio studio marziale (nonostante a quel tempo avessi alle spalle circa trentacinque anni di pratica di Judo e diversi anni di Kendo e Iaido) potesse ancora regalarmi cose nuove da scoprire che non mi ero nemmeno immaginato.

Ma mi rendo conto anche molto bene, peraltro, che questo tipo di percezione richiede una sensibilità che non tutti hanno e che si sviluppa con anni di pratica.

A titolo di esempio, il mio Maestro di Kendo mi raccontava una volta che lui, quando faceva Jigeiko con il Maestro Inoue, era terrorizzato e provava una reale paura di morire. Nello stesso periodo mi era capitato ad uno stage di incontrare il Maestro Inoue e non avevo provato nulla di tutto ciò. Questo dimostrava ovviamente non la debolezza del Maestro, ma semmai la mia insufficiente percezione della sua forza e superiorità.

Alla luce di questo ed altri ragionamenti “saya no uchi” mi è sempre sembrato un concetto interessante ma in parte privo di un significato pratico.

Portiamo un esempio in negativo: in un aneddoto citato se non sbaglio in un libro del Professor Kano, fondatore del Judo, si racconta che un samurai durante una rissa in una bettola ebbe uno scontro con un umile operaio. Stava strangolandolo con una perfetta tecnica quando costui lo afferrò per i testicoli e stringendo con tutte le sue forze riuscì a liberarsi ed ebbe poi la meglio.

È chiaro che l’operaio non aveva avuto nessuna impressione di invincibilità dal samurai medesimo, altrimenti non avrebbe iniziato una rissa nella quale sarebbe probabilmente stato ferito se non ucciso, anche se poi le cose erano andate diversamente.

Mi si dirà: “il samurai non aveva uno spirito tale da vincere prima di combattere”. Possibile, ma come la mettiamo con il fatto che quando facciamo jigeiko di Kendo con i principianti abbiamo tutti una grossa difficoltà ad utilizzare il seme perché loro non lo percepiscono?

Tutto questo per far capire come un concetto “esoterico” come saya no uchi debba per forza nascondere qualcosa di più pratico e applicabile, vista l’importanza che ad esso viene data.
Ebbene, recentemente ho avuto la fortuna di assistere e fare da traduttore ad una lunga lezione di Iaido tenuta dal Maestro Shozo Kato, ottavo dan kyoshi di Kendo e settimo dan kyoshi di Iaido ed allievo, sinché era in vita, del grande Maestro Nakanishi. Il Maestro Kato vive negli Stati Uniti ed è uno dei pochi non di nazionalità giapponese ad essere riuscito a diventare ottavo dan di Kendo in Giapppone.

La prima cosa di cui ci ha parlato è stato proprio saya no uchi e allora ho scoperto che si tratta di un concetto estremamente pratico ed applicabile in ogni situazione. Mi sembra utile poter condividere quanto appreso, per una migliore comprensione delle nostre discipline.

La prima cosa che dobbiamo tenere a mente è che, secondo la spiegazione del Maestro, saya no uchi significa

“vincere prima di aver estratto la spada”

e non “vincere senza estrarre la spada” come spesso viene detto. Questa non è una differenza da poco e tradurre in un modo o nell’altro ha implicazioni totalmente differenti.

Per spiegare il concetto il Maestro ci ha fatto un esempio pratico tratto dal Kendo e molto comprensibile.

Dato che io facevo da traduttore mi ha usato anche come compagno per l’esempio, che era il seguente: se stiamo in guardia chudan di fronte ad un avversario, alla distanza di yokote no maai (ovvero con i due kissaki delle katane che si incrociano) non siamo in grado di colpire l’avversario senza muoverci da lì.

Per colpirlo dobbiamo avanzare di un pochino, raggiungendo la posizione di issoku itto no maai, ovvero quella che ci permette di colpire con un singolo passo. Ma è proprio durante questa piccola azione di avvicinamento che, citando le parole del Maestro, “si vince o si perde”. Lì si prende il centro, il tempo e la distanza e si fa in modo che l’avversario non possa difendersi dal nostro attacco.

Ebbene, questo è, per traslato, il concetto di “saya no uchi”, in questo caso interpretato come “vincere prima ancora di aver colpito”.

Passando allo Iaido, a quel punto ci siamo seduti uno di fronte all’altro in seiza nella situazione in cui si esegue mae, primo kata di Seitei Iai.

Estraendo la spada e rimanendo ambedue seduti non è possibile raggiungere l’avversario, il che configura la stessa situazione di prima.

Ma se ambedue iniziamo ad alzarci, arriviamo ad un certo istante esattamente nella posizione in cui possiamo colpire l’avversario estraendo la spada.

Il fatto è, però, che anche il nostro ipotetico avversario sta tentando di fare la stessa cosa, ovvero di colpire e vincere, essendo tutt’altro che un immobile manichino che ci fa da bersaglio.

Ebbene, è nell’azione di alzarci che dobbiamo “rubare” il tempo e la distanza al suo attacco.

Non è necessariamente una questione di essere più veloci di lui, ma più di riuscire effettivamente a prevalere sulla sua azione quando la nostra spada è ancora nel fodero.

Questo passa fondamentalmente attraverso una corretta scelta del tempo e della progressione, in modo che l’avversario si renda conto della nostra azione un istante in ritardo e non riesca ad arrivare in tempo con il suo attacco prima di essere colpito.

Lo stesso vale per altre discipline: nel Judo una tecnica correttamente portata viene percepita da chi la subisce soltanto nel momento della proiezione, quando ormai è troppo tardi. Possiamo dire che in questo caso si è vinto ancora prima di iniziare la tecnica vera e propria.

Questo, definitivamente, è saya no uchi, ovvero vincere prima di aver sfoderato o anche vincere prima di aver colpito.

Questo concetto può e deve essere applicato a tutti i kata e a tutte le situazioni di combattimento e richiede molto studio per comprenderne a fondo gli aspetti pratici.

Dato che nella pratica dello Iaido non abbiamo un vero avversario, o meglio non abbiamo un avversario in carne e ossa, lo sforzo sta intanto nel riuscire ad immaginarlo e poi nel cercare di percepire la sua azione ed anticiparla. La sua azione, però, deve essere realistica e con essa la nostra, senza per questo scomporci o perdere il controllo, o ancora affrettare i nostri movimenti.

Questo tipo di pratica, in termini mentali, è molto più avanzata della semplice pratica del kata in quanto forma, ma con un poco di esercizio (mentale più che fisico) diventa possibile come ho potuto sperimentare durante la lezione del Maestro Kato. Bisogna comunque allenarsi sempre con questa idea in mente per poterne cogliere l’essenza.

Non considerando i meri aspetti tecnici, i due concetti che tengono assieme una pratica coerente e piena dello Iaido sono, secondo il Maestro, saya no uchi e la corretta applicazione dello zanshin ad ogni singolo movimento e non solo alla fine di un kata, ma penso che questo apra un discorso più ampio su cui meditare e a cui si può dedicare un articolo a sé stante.

L'Autore dell'Articolo

Giorgio Zoly

Giorgio Zoly

Genovese, ma Monzese di adozione, Ingegnere Elettronico ma di fatto “artigiano dell'alta tecnologia”. Pratica Judo dal 1973, Kendo e Iaido dal 2000. Forgiatore di Katane quando il tempo lo permette, Insegna Iaido a Monza e scrive per diletto racconti. Redattore di KI dal 2003, negli ultimi tempi si è dedicato molto allo studio della teoria dell'insegnamento. Le Arti Marziali sono parte inscindibile della sua vita, a dispetto di tutte le difficoltà.

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