Iaido Magazine

Alla ricerca dello zanshin

© Hakushikan kendo

Riprendo il filo interrotto nel precedente articolo in cui parlavo di una particolare visione del concetto di saya no uchi.

Avevo lasciato in sospeso la conclusione accennando al fatto che uno iaido vincente deve comprendere in ogni singolo movimento il concetto di “saya no uchi” e quello di “zanshin”.
Per introdurre velocemente la questione, questi due articoli nascono da alcune lezioni tenute dal Maestro Shozo Kato, kyoshi ottavo dan di kendo e kyoshi settimo dan di iaido.
Il Maestro, che nei riguardi dello iaido ha un approccio eminentemente “da combattimento” (anche quando spiega ZNKR iai) ha spiegato la sua interpretazione di saya no uchi come

“prendere tempo e distanza all’avversario prima di sfoderare”

interpretando quindi tutto ciò come “vincere prima di aver sfoderato” e non come “vincere senza sfoderare”.
Dopo questa introduzione ha tenuto una lezione di 5 ore spiegando i vari kata in termini di combattimento reale.
Non è possibile nello spazio di un articolo riportare quanto detto, ma vi sono alcuni concetti base che sono estremamente interessanti per una pratica “piena” e “sensata” dello iaido.

Lasciando quindi da parte la mera tecnica, il Maestro ci ha lasciato alcune osservazioni che mi sembra giusto condividere perché possono essere interessanti per chi, sia pure con motivazioni diverse da quelle dell’antichità, ricerca nello iaido qualcosa di non meramente estetico ma l’arte di combattimento praticata per secoli dalla classe guerriera Giapponese.

Come dicevo, il Maestro ha affrontato la spiegazione dei kata di ZNKR iai da un punto di vista combattivo e pratico.

Ci ha esortato innanzitutto ad ampliare la nostra percezione dell’ambiente, cercando di fare in modo che “sentissimo” gli avversari esattamente dove dovevano essere. Come nota personale, ho trovato che avere la possibilità di capire il perché un avversario si dovrebbe trovare in un certo punto mi aiuta tantissimo poi ad eseguire una tecnica corretta ed a capire il perché una azione debba essere eseguita in un certo modo e non in un altro.

Detto questo, ragionando di combattimento, ogni singolo movimento in un kata rappresenta una azione compiuta e deve essere iniziato e terminato nel giusto modo.

A titolo di esempio in tsukaate, prima di girarsi per eseguire l’ultimo taglio si deve girare la testa per guardare l’avversario. Questo movimento è nella realtà deciso, veloce ma non affrettato e comprende un brevissimo attimo di stop alla fine, necessario per valutare correttamente la situazione dell’avversario di fronte a noi.

Solo alla fine di tale valutazione si passa al taglio, con una conversione a questo punto rapida ed un taglio fluido e potente, che tenga presente la possibile azione dell’avversario.

Nella pratica, la maggior parte di noi fa il movimento di rotazione del capo senza considerarne le implicazioni ed in un vero combattimento sarebbe sconfitta perché durante un movimento troppo lento l’avversario ha lo spazio per reagire.

Se stessimo realmente combattendo sarebbe facile capire il perché si deve fare come sopra spiegato. Infatti non si può colpire senza guardare, non si può essere lenti a valutare un avversario che comunque è ancora in grado di combattere e nel momento in cui abbiamo valutato la situazione l’azione deve avere un tempismo ed una rapidità tale da non consentire reazione.

Questa valutazione completa della situazione, questo eseguire delle azioni con un definito inizio ed una definita fine il Maestro lo ha chiamato zanshin, nel senso che ogni singolo movimento ha un suo proprio zanshin, un suo istante di attenzione finale che non è, si badi bene, una questione estetica ma una necessità funzionale e sarebbe necessario ed evidente in un combattimento reale. Una attenzione di questo genere rende possibile un cambio di strategia alla fine di ogni singolo movimento, in funzione delle azioni dell’avversario, mentre eseguire una serie di movimenti come se fossero un’unica concatenazione non permette di adattarsi alla situazione.

Quindi, nella visione che ci ha prospettato, zanshin è sia l’attenzione alla situazione che si esprime alla fine di un kata ma anche e soprattutto l’attenzione alla fine di ogni singolo movimento necessaria a far sì che il medesimo sia compiuto e sensato (se ci pensiamo, questo secondo concetto comprende il primo) e di essere sempre aperti a modificare le nostre azioni.

Oltre a questo, il Maestro ha insistito sul fatto che ogni singolo movimento, ogni azione anche minima, comprende in sé il concetto fondamentale di “prendere il tempo e la distanza”.

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Se consideriamo attentamente questi due concetti insieme possiamo arrivare ad una conclusione che ci dimostra quanto la ricerca maniacale della perfezione anche del minimo particolare nello iaido non sia velleitaria o meramente estetica come viene spesso da pensare anche a chi pratica da tempo, ma dettata da necessità di efficacia reale.

La considerazione è:

“Se ogni movimento è costruito per essere efficace, se deve essere eseguito con un tempismo tale da prendere tempo e distanza all’avversario e deve essere terminato nettamente, con il suo proprio istante finale di attenzione, ne consegue che in ogni singolo movimento si costruisce la vittoria o si viene potenzialmente sconfitti”.

Questa osservazione non è da poco e rende la pratica dello iaido (ZNKR iai o koryu non importa) molto più impegnativa e difficile specialmente dal punto di vista mentale, ma anche potenzialmente più ricca di soddisfazioni e comprende quello che i Giapponesi chiamano “riai” ovvero la valutazione corretta di tutti i movimenti e la loro essenzialità e congruenza.

Una corretta valutazione della reale situazione di combattimento (movimenti e reazioni degli avversari, fattori ambientali quali gli spazi e la presenza di ostacoli o altre persone eccetera) aiuta a comprendere meglio questi concetti, ma è un lavoro nel quale necessariamente dobbiamo essere guidati da qualcuno che abbia una conoscenza veramente profonda della materia.

Aggiungo una piccola nota del Maestro sul modo di praticare.

Cito liberamente: “Se guardate i grandi Maestri, tutti sono molto rilassati e morbidi nel muoversi, ma in pratica risulterebbero efficaci e vincenti. Ma noi (lui si è compreso nel discorso, nonostante i suoi dan) non siamo grandi Maestri. Quindi il nostro iaido se è troppo fluido e rilassato è falso, non stiamo realmente combattendo e questo si vede. Non si deve esagerare con la forza o la ricerca della velocità, ma per fare un buon iaido ciascuno deve combattere realmente secondo i suoi mezzi”.

Facile da dire, molto più che difficilissimo da fare.

L'Autore dell'Articolo

Giorgio Zoly

Giorgio Zoly

Genovese, ma Monzese di adozione, Ingegnere Elettronico ma di fatto “artigiano dell'alta tecnologia”. Pratica Judo dal 1973, Kendo e Iaido dal 2000. Forgiatore di Katane quando il tempo lo permette, Insegna Iaido a Monza e scrive per diletto racconti. Redattore di KI dal 2003, negli ultimi tempi si è dedicato molto allo studio della teoria dell'insegnamento. Le Arti Marziali sono parte inscindibile della sua vita, a dispetto di tutte le difficoltà.

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